I Buddenbrook

I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia (Buddenbrooks. Verfall einer Familie) è il primo romanzo di Thomas Mann, pubblicato a ventisei anni, nel 1901. Apogeo e caduta di un’agiata famiglia della borghesia anseatica di Lubecca tra il 1835 e il 1877.
Mann si ispira a Zola, ciclo dei Rougon-Macquart, e ai
libri dei fratelli Goncourt e di Paul Bourget. Influenza massiccia di Wagner, Schopenhauer e Nietzsche. Grande successo editoriale, consacra il giovane Mann al punto che, quando nel 1929 vincerà il Nobel, la motivazione recita « principalmente per il suo grande romanzo I Buddenbrook, sempre più riconosciuto come una delle grandi opere della letteratura contemporanea ».
Forte peso autobiografico, passaggio dall’etica luterana a inquietudini decadenti, prosa alta e solidamente ottocentesca nella quale si fondono introspezioni psicologiche moderne, il crollo del mito borghese, lo scontro fra ideale e reale, i grandi interessi culturali e musicali, l’amore omosessuale.
Famiglia, casa, ditta e religione crollano, si allarga il divario tra rispettabilità borghese e amore per l’arte… tutto ciò che ha vissuto Thomas Mann. I vecchi muoiono e i giovani non sono in grado di subentrare…

« Hanno scivolò indolentemente giù dall’ottomana e andò verso la scrivania. Il quaderno era aperto alla pagina dov’era l’albero genealogico dei Buddenbrook..[..]..Lesse anche, giù in fondo, nella calligrafia minuta e frettolosa del babbo, sotto quello dei genitori anche il proprio nome: Justus, Johann, Kaspar, nato il 1º aprile 1861, e ciò lo divertì un poco…[..].. tracciò con la penna d’oro due belle righe nette attraverso tutto il foglio….[..]. Dopo il pranzo, il senatore lo chiamò, e lo investì aspramente, con le sopracciglia corrugate. – Che roba è questa? Chi l’ha fatto? Sei stato tu? Hanno dovette fare uno sforzo per ricordare, poi disse timido e spaventato: – Sì. – Che senso ha? Che cosa t’è venuto in mente? Rispondi! Come ti sei permesso?..[..]. E il piccolo Johann, arretrando e portandosi la mano alla guancia, balbettò: – Credevo… credevo… che dopo non venisse più nulla. »

« Che cos’era la morte? La risposta non gli fu data con povere e presuntuose parole: egli la sentì, possedendola nel più profondo di sé. La morte era una felicità così grande che solo nei momenti di grazia, come quello, la si poteva misurare. Era il ritorno da uno sviamento, indicibilmente penoso, la correzione di un gravissimo errore, la liberazione dai più spregevoli legami, dalle più dolorose barriere… il risarcimento di una lacrimevole sciagura. »

Arte, etica della pietà e ascesi come rimedio contro la volontà di vivere e il conseguente dolore esistenziale… Schopenhauer docet.

J.V.