Destini in fiamme

Destini in fiamme (le bazar de la charité)

Miniserie francese “Le bazar de la charité”. Tratto da una storia vera. Parigi 1897, muoiono 126 persone a causa di un incendio nel corso di un evento di beneficienza organizzato dall’aristocrazia cattolica. Storie di nobildonne e domestiche. Muoiono quasi esclusivamente donne, 118, perché i gentiluomini le calpestano e le prendono a colpi di bastone per aprirsi un varco verso l’uscita. Gli abiti di fine ottocento complicano le cose. Tra le vittime Sofia Carlotta di Baviera, sorella dell’imperatrice Sissi. In una stanza si possono vedere le immagini in movimento dei fratelli Lumière. Le attrezzature del protezionista prendono fuoco. Inizia la tragedia.

Cuochi e giovani anarchici rischiano la vita per salvare il salvabile. Identificazione dei resti carbonizzati mediante metodi dentali, pagina fondamentale dell’odontoiatria forense. Impostazione non manichea, storie di donne sofferenti e altre cattivelle, uomini spregevoli e qualcuno buono ed intelligente. Romanticismo a stecca, melodramma e carezze ai buoni sentimenti. Meschinità del potere ben descritte per il grande pubblico. Clima politico avvelenato dall’assassinio del Presidente della Repubblica Sadi-Carnot ad opera dell’anarchico Sante Caserio e dal caso Dreyfus.

In questo contesto si mescolano amori travagliati, vigliaccheria, sadomasochismo, eroismo, bontà, attuazione del male a fin di bene, colpevoli innocenti e innocenti colpevoli. L’amore supera le barriere sociali, donne sottomesse sparigliano le carte e dettano i tempi del gioco. Sostituzioni di persona, bambini scaltri e svegli, complotti politici e spionaggio ad altissimi livelli. Un carosello continuo scandito da colpi di scena. Ipocrisie svelate e lieto fine. Un po’ d’aria fresca dopo fuoco, fuoco e fiamme. Si spera non venga realizzata una seconda serie perché va bene così, ancora un passo e si frantuma il gioiellino. Menzione particolare per il cattivissimo De Lenverpre, maschilista, assassino, padrone, corrotto e spia, candidato alla presidenza del Senato… un cattivo vero, da ammirare e tenersi stretto, da incontrare per sentirsi buoni. Un gigante. Poi donne stupende, astute, ingenue, assassine a fin di bene, madri affettuose e mogli capaci di tutto. Un modo intelligente e leggero di raccontare la Storia al grande pubblico senza sfornare spazzatura a tutti i costi. Con tutti i nei possibili che i soliti criticoni troveranno, a me è piaciuto… ce ne fossero.

J.V.

This article has 1 comments

  1. pedrop61@libero.it

    Forse per quest’epoca cinica e disillusa, la figura del giovane anarchico, unico vero eroe della tragedia, appare a mio giudizio un po’ troppo dottrinaria. Buono, senza macchia, esso stesso assurto a simbolo dell’idea di fratellanza e del giusto mondo che professa. L’onestà che diventa disarmata ingenuità e si espone ai veleni delle serpi che strisciano attorno. Una rivisitazione di Gesù Cristo in chiave moderna, dove l’idea di socialismo universale si fa nuovo cristianesimo adattato all’epoca laica e razionalista: ipotesi già considerata da Albert Camus (L’uomo in rivolta). Nel feuilleton non poteva mancare la Lady Chatterley d’occasione: la nobildonna che scopre l’animo nobile e si innamora dell’uomo di più umili origini. Evidentemente tema stuzzicante all’epoca. Questa edulcorazione, godibile dal divano di casa, finisce col diventare una narrazione storica acquerellata (e forse un poco disonesta) dove le iniquità e le ingiustizie non sono imputabili al sistema sociale ma all’opera di singoli uomini malvagi. E’ questo forse il limite più grosso ma accettabile di queste narrazioni.

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