Giovanni Leone

Giovanni Leone


Furono le elezioni della grande guerra interna alla Dc, la sagra dei franchi tiratori scudocrociati.Toccarono il record a tutt’oggi insuperato di 23 votazioni necessarie per eleggere il sesto presidente della Repubblica italiana. Elezione di strettissima misura, arrivata il 24 dicembre quando le tavole erano quasi già apparecchiate per il cenone.Sulla carta doveva trattarsi di una partita facile. Dopo i 7 anni passati sul Colle dal socialdemocratico Saragat il posto spettava di diritto, sia pur diritto informale, alla Dc e tutte le correnti sostenevano ufficialmente la candidatura del presidente del Senato Amintore Fanfani, il “cavallo di razza” della balena bianca alla pari di Aldo Moro. Accentratore come pochi, dinamico come nessuno, l’ex presidente del Consiglio, ex segretario della Dc, ex ministro degli Esteri (tutto insieme, mica una carica per volta come usa e usava…) al Quirinale teneva moltissimo. L’handicap era l’ostilità ferrea del Pci e del Psi e a segnalargli il problemino fu il leader Dc che meno lo amava, Giulio Andreotti. Era implicitamente l’ “amichevole” consiglio di ritirarsi per evitare la mazzata. Va da sé che nei decenni successivi Andreotti avrebbe poi sempre negato di aver organizzato la fronda democristiana destinata a rendere la sua fosca profezia realtà. Fanfani, battagliero, al passo indietro non ci pensò per niente. Le danze si aprirono il 9 dicembre 1971. Gli scricchiolii, nelle truppe dello scudo crociato, era tanto forti che il segretario Forlani commentò subito: “Se passa è un miracolo”. Non ci furono miracoli. Alla prima votazione il candidato della sinistra, il socialista De Martino, superò il cavallo di razza con 397 voti contro 384. Alla seconda votazione andò anche peggio. De Martino migliorò di un voto la posizione di testa, Fanfani perse altri 18 voti.A voler fucilare l’ingombrante Amintore sono i franchi tiratori democristiani. Forlani lo sa e con il suo vicesegretario Gullotti si inventa un escamotage ai confini del dettato costituzionale. I rappresentanti delle varie correnti si scambieranno le schede, dopo aver votato ma prima di deporle nell’urna, con i colleghi delle altri correnti. Minuetto codificato: ai rumoriani tocca il valzer con gli andreottiani, i colombiani fanno a cambio con i piccoliani, morotei e rappresentanti della destra si passano le schede. Come se non bastasse, parecchi democristiani depongono nell’urna la scheda aperta, sventolandola platealmente, finché il presidente di turno, Sandro Pertini, sbotta ricordando a tutti che il voto è segreto.La girandola di trovate non basta. Fanfani resta impietosamente sotto De Martino fino alla sesta votazione. Tra le schede che al suo fianco Pertini proclama nulle non sfugge agli occhi del diretto interessato la più esplicita di tutte: “Nano maledetto non sarai mai eletto”, con poco garbata allusione alla statura fisica del candidato, gigante politico ma alto poco più di un metro e mezzo. Dopo il sesto buco nell’acqua Forlani tenta di congelare la situazione spostando il partito di maggioranza relativa sulla scheda bianca, nella speranza di raccogliere nella pausa i consensi necessari a eleggere Fanfani. La prova arriva all’XI votazione e ancora una volta il candidato della Dc viene impallinato dal suo  partito. Tocca il vertice di 393 voti e resta sotto De Martino che ne vanta 407. “Era oltre il 90% del partito. Più di così non si poteva fare”, dirà anni dopo Andreotti, intervistato da Bruno Vespa, rivendicando il merito di aver spinto verso Fanfani quanti più democristiani possibile. Pochi. Neppure sufficienti a proseguire la battaglia.Nella notte, una delle tante passate poi alla storia come “dei lunghi coltelli”, Forlani riunì la direzione per quella che non poteva che essere una rissa violenta. Sul tavolo c’era la resa di Fanfani, i cui fedelissimi, al grido di “Fanfani o morte”, non intendevano mollare la presa anche a costo di imporre votazioni all’infinito. Il segretario, a sua volta un fanfaniano, si schierò con il partito della resa. Dopo una notte allucinante, la candidatura Fanfani fu ritirata e la Dc si trincerò dietro la scheda bianca mandando a vuoto le dieci votazioni successive.Dopo la XXI votazione, Forlani riunì l’assemblea dei grandi elettori Dc e affidò a loro la scelta tra Aldo Moro e Giovanni Leone, principe del foro napoletano con all’attivo l’assoluzione dei responsabili della strage del Vajont, docente universitario, due volte presidente del consiglio ma in entrambi i casi alla guida di governi balneari, rimasti tutti e due in carica, nel 1963 e nel 1968, da giugno a dicembre, senatore a vita.Di misura prevalse Leone. Pci e Psi, in extremis, tentarono di innescare un nuovo agguato dei franchi tiratori dc, stavolta allettando i morotei, già imbufaliti per la sconfitta del loro leader, con la candidatura di Nenni al posto di De Martino. Era una mossa disperata e tuttavia alla XXII votazione, a record della maratona più lunga per il Colle già superato, anche Leone mancò il colpo per un solo voto, nonostante l’appoggio anche dei partiti tradizionalmente alleati della Dc: i repubblicani, i liberali, i socialdemocratici. Si fermò a 503 voti.Per consentire ai Grandi Elettori di correre a casa giusto in tempo per festeggiare la vigilia fu necessario ciò che sin dalla VI votazione Forlani aveva cercato di evitare: il voto determinante di alcuni parlamentari del Msi. Arrivarono, portarono i consensi di Leone a quota 518, comunque la percentuale più bassa mai raggranellata da un capo dello Stato.Nata sotto una cattiva stella, la presidenza Leone finì peggio. Accusato ingiustamente di corruzione, massacrato da una campagna stampa ingiusta per la quale avrebbe ricevuto le scuse solo in occasione del novantesimo compleanno, nel 1998, fu costretto a dimettersi alla vigilia del semestre bianco, il 15 giugno 1978. Poco più di un mese dopo l’uccisione di Aldo Moro, nei giorni più terribili e pericolosi della storia della repubblica. Gli successe, dopo un’altra grande battaglia in Parlamento, il Presidente più popolare di tutti: Sandro Pertini.
David Romoli, Il Riformista, 8/1/2022

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