Le vite degli altri (Das Leben der Anderen)

Le vite degli altri (Das Leben der Anderen) è un film del 2006 di Florian Henckel von Donnersmarck, vincitore del Premio Oscar per il miglior film straniero. È il lungometraggio di debutto del regista.

* Ulrich Mühe: capitano Gerd Wiesler “HGW XX/7”
* Martina Gedeck: Christa-Maria Sieland
* Sebastian Koch: Georg Dreyman
* Ulrich Tukur: tenente colonnello Anton Grubitz
* Thomas Thieme: ministro Bruno Hempf
* Volkmar Kleinert: Albert Jerska
* Hans-Uwe Bauer: Paul Hauser
* Matthias Brenner: Karl Wallner
* Charly Hübner: Udo
* Bastian Trost: Prigioniero 227

Atmosfera oppressiva, clima di sospetto, violenza, paranoia e squallore morale della DDR (come di qualsiasi altra dittatura) sono descritti in modo preciso, scabro, asciutto, doloroso. Con la scusa della sicurezza nazionale si entra nelle vite degli altri, vite che verranno inevitabilmente distrutte. Con le intercettazioni si può ricostruire (inventare) ciò che si vuole, ciò che serve per poter denigrare, calunniare, annientare la vittima designata, la persona scomoda, il nemico politico, il capro espiatorio di turno. Tecniche di controllo tipiche di ogni dittatura, e non solo… solitamente i malvagi si ammantano di una veste buona, utile, necessaria per il benessere della collettività… le intercettazioni sono utili per combattere un nemico spesso inventato e di comodo, laddove il vero obiettivo è il controllo, la tortura psicologica, grazie anche alla stampa compiacente, del disgraziato di turno. Ciò che inquieta è il comportamento di molti spettatori, critici e giustamente indignati di fronte a quanto accaduto nella Germania est degli anni della dittatura comunista ma silenti e a volte colpevolmente in accordo con quanto accade oggi sotto i loro occhi. Certo l’Italia di oggi non è, fortunatamente, paragonabile alla DDR degli anni ottanta, ma riflettiamo su quante vite vengono ancora maciullate grazie ad un uso distorto delle intercettazioni anche nel nostro paese. Intelligenze fini e lucide come quelle di Leonardo Sciascia ci avevano avvisato sin dai primi anni settanta sui pericoli delle leggi varate in nome dell’emergenza, spesso costruita ad hoc, e sui crimini commessi in nome della sicurezza dello Stato.
Ho già toccato spesso, e non voglio annoiare ulteriormente, il tema del controllo delle masse. Non occorre scomodare Canetti, Jung, Freud o Habermas per spiegare un meccanismo che viene attuato sempre nei sistemi dittatoriali e a volte e con qualche cautela in più, nelle democrazie deboli: si crea un pericolo, si mettono in circolazione false notizie, si creano capri espiatori sui quali dirottare il malessere generale magari dovuto ad altri motivi, si controllano in modo invasivo le vite dei malcapitati e poi li si offre in pasto al Moloch dei nostri giorni: l’opinione pubblica. Meccanismi già esistenti al tempo del Cardinale Richelieu (datemi tre frasi scritte da un uomo onesto e lo farò impiccare) ma oggi affinate dalla Tecnica.
Una seria riflessione sul Novecento e sul significato dei totalitarismi di massa oggi esiste e molti storici, filosofi, politologi concordano su alcune tesi di fondo. Ciò che è più complesso è riuscire ad interpretare la malattia delle democrazie odierne, comprendere il vulnus di fondo di questi sistemi, creare nuovi sistemi davvero democratici, sconfiggere il populismo, costruire strade che portino alla dignità umana, salvaguardare l’essenza di ciò che è umano e che si sta perdendo.

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