Ricordi… 65

Volonté

“Noi speriamo in un mondo che riesca a migliorare la qualità della vita di tutti: l’ambiente, la possibilità di conoscere, la possibilità di comunicare e di informare. E, sopratutto, la possibilità di eliminare tutto quello che è oggetto per distruggersi come le armi, le guerre, la pena capitale. Ed io credo che già quello sarebbe un grande cambiamento.“ L’uomo è racchiuso in queste poche parole. Questo era, nel bene (tanto) e nel male (pochissimo). Icona, oggi un po’ dimenticata, della sinistra. Gian Maria Volonté nasce a Milano, 9 aprile 1933. Uno dei migliori attori italiani ed internazionali, uno che “rubava l’anima si suoi personaggi” come diceva Francesco Rosi. Il padre fascista è il comandante della Brigata nera di Chivasso e la sua condanna al carcere dopo la guerra costringe la famiglia ad una vita di ristrettezze. Per aiutare la madre il giovane Gian Maria, a soli quattordici anni abbandona gli studi e va a lavorare. Raccoglie mele in Francia, torna in Italia nel 1950 e inizia a frequentare lo lo Studio Drammatico Internazionale ”I Nomadi” di Edoardo Maltese. Legge accanitamente Camus e i francesi in genere. Il suo maestro Orazio Costa intuisce che diventerà un attore di razza. Lavora al Teatro Stabile di Trieste e in alcuni sceneggiati televisivi. Ne “L’idiota”, trasmesso in RAI in sei puntate, per la regia di Giacomo Vaccari, Volontè e Albertazzi offrono un’interpretazione drammatica assoluta. Era una RAI molto diversa da quella di oggi, con funzione educativa. Quindici milioni di spettatori guardano ottimi prodotti tratti da grandi romanzi. Volonté diviene famosissimo. Eccezionale il suo personaggio Radek in “Una vita in gioco” tratto da Simenon assieme al grande Cervi-Maigret. Erano i tempi di Camilleri sceneggiatore, prima che rompesse i cabbasisi con i suoi un po’ noiosi Montalbano da Vigata.Conosce Carla Gravina lavorando in “Giulietta e Romeo” e nasce un un amore intenso e tormentato, osteggiato dall’Italia conservatrice e bacchettona. Poi lo ricordiamo come Michelangelo nell’omonimo sceneggiato RAI di Silverio Blasi del 1964. E qui la svolta. Sergio Leone lo vuole in “Per un pugno di dollari”, nel ruolo dello scombinato cattivissimo Ramón Rojo. “Sto facendo un filmetto in fretta e furia per pagare i debiti del Vicario (pièce teatrale da lui prodotta e interpretata finita sul lastrico); figuratevi che è un western italiano, e si intitola Per un pugno di dollari. Lo faccio veramente per un pugno di dollari, ma certo non può nuocere alla mia carriera. Mi hanno conciato come un matto, sono irriconoscibile, e nei titoli di testa avrò persino uno pseudonimo americano, John Wells. Insomma, non corro alcun rischio. Chi volete che vada a vederlo?” Così in una intervista con David Grieco per l’Unità. Il film incassa oltre 500 milioni di lire, una cifra folle per quegli anni. L’anno dopo “Per qualche dollaro in più” in cui interpreta il sadico criminale tossicodipendente El Indio. Ormai è Volonté “il cattivo”. Gira altri western più impegnati politicamente “Faccia a faccia” di Sergio Sollima assieme a Tomas Milian e l’indimenticabile “Quien Sabe” di Damiano Damiani, dove emergono le grandi questioni della sinistra di quegli anni, dal rifiuto dell’imperialismo alla difesa dei ceti più deboli. La sua passione politica gli procura guai con la Santa Sede a causa della messa in scena de “Il Vicario”, opera scritta da Rolf Hochhuth, chiara denuncia di Papa Pio XII, accusato di acquiescenza nei confronti dei nazisti. Volonté viene ufficialmente scomunicato assieme a tutta la compagnia teatrale. Sono gli anni che precedono il sessantotto e il clima è già surriscaldato. Nel ‘66 partecipa a “L’armata Brancaleone”, diretto da Mario Monicelli e sceneggiato da Agenore Incrocci e Furio Scarpelli. Invenzione di un linguaggio maccheronico divertentissimo e mitico per la mia generazione “lo nero periglio che viene da lo mare… Longo lo cammino ma grande la meta. Contro il saracino seguiamo il profeta. Vade retro Satàn. Vade retro Satàn… Senza armatura, senza paura, senza calzari, senza denari, senza la brocca, senza pagnocca, senza la mappa, senza la pappa.” Dualismo con Gassman scontato. Brancaleone e Teofilatto. Poi inizia il sodalizio con Elio Petri e lo sceneggiatore Ugo Pirro. Risultato “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” del 1970. Film che segna un’epoca. Indimenticabile nello stupendo, pumbleo, piovoso “I senza nome” di Jean-Pierre Melville a fianco di Alain Delon e Yves Montand. Ormai “”il più grande attore italiano del suo tempo”, come viene definito, recita solo parti impegnate politicamente. Ricordiamo “La classe operaia va in paradiso” di Petri, “Uomini contro” e “Il caso Mattei”, entrambi di Francesco Rosi, “Sacco e Vanzetti” e “Giordano Bruno” di Giuliano Montaldo, “Sbatti il mostro in prima pagina” di Marco Bellocchio. Al mestiere di attore associa un forte impegno politico in difesa dei lavoratori, partecipando a scioperi e manifestazioni. In questo contesto si inquadrano il cileno “Actas de Marusia” di Miguel Littin, storia terribile di minatori massacrati, e il bellissimo “Ogro” di Gillo Pontecorvo sull’attentato che uccise pochi anni prima in Spagna Carrero Blanco, il vice di Francisco Franco. Magistrali interpretazioni ancora in “Todo modo” e “Cristo si è fermato a Eboli”. Con Claude Goretta gira l’asciutto “La morte di Mario Ricci” e, nel 1986 “Il caso Moro“ di Giuseppe Ferrara. Vince il Leone d’oro nel 1991 con “Una storia semplice” di Emidio Greco. Soffre di grave depressione. Muore durante le riprese del film “Lo sguardo di Ulisse“ di Theo Angelopoulos nel 1994. Per sua volontà viene sepolto sotto un albero nel cimitero dell’isola della Maddalena.“Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c’è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita.“

J.V.

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