Jünger

Jünger

Tecnica, politica, azione. Da accostare al giapponese Mishima. Per entrambi la bellezza è al tramonto. Nichilismo estetizzante, cristallizzato in una prosa magistrale. Hans Blumenberg afferma che Jünger è l’unico autore tedesco ad aver lasciato testimonianze di un confronto pluridecennale con il nichilismo. Isola di luce e libertà.

Heidelberg, 29 marzo 1895. Attratto sin da ragazzo dall’entomologia e dai romanzi d’avventura. A sedici anni fugge in Francia e si arruola nella Légion étrangère, covo di avventurieri e delinquenti più che di disciplinati soldati. Trasferito in Algeria fugge dal campo di Sidi Bel Abbés. Congedato grazie al ministro degli Esteri tedesco ritorna in Germania. Nell’agosto del 1914 si arruola volontario. Ferito 14 volte, Croce di ferro di prima classe nel 1916 e Ordre Pour le Mérite nel settembre 1918. Considera Weimar il frutto avvelenato di Versailles. Studia filosofia e aderisce ai Freikorps. Scrive opere stupende come Nelle tempeste d’acciaio e Sulle scogliere di marmo tra le altre. Pulizia formale, stile impeccabile, eleganza naturale, pensiero profondo. Rifiuta di laurearsi e si dedica completamente alla scrittura. Non collabora con i nazisti. L’insofferenza per i modi pacchiani e volgari del Partito Nazionalsocialista gli procura antipatie tra i gerarchi. La Gestapo gli perquisisce la casa. Preso di mira da Goebbels per la sua posizione intellettualmente aristocratica “gli facemmo ponti d’oro che lui sempre si rifiutò di attraversare”. Ufficiale della Wehrmacht a Parigi durante l’occupazione tedesca. Conosce bene Céline tra gli altri intellettuali. Partecipa marginalmente al fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944 sotto la direzione di Claus von Stauffenberg. Troppo famoso come eroe di guerra per essere imprigionato o giustiziato, viene congedato dall’esercito. La vendetta scatta contro suo figlio Ernstel, inviato sul fronte italiano in un battaglione punitivo, muore a Turigliano. Soltanto sei anni dopo recupera le spoglie del figlio. Nel dopoguerra viene accusato di connivenza con i nazisti a causa delle sue posizioni nazionaliste e dei rapporti con Heidegger e Schmitt.

Dal 1950 vive a Wilflingen nella foresteria del castello dei von Stauffenberg. Lascia opere per ventimila pagine. Intellettuale di prim’ordine, vince il premio Goethe per l’analisi e la critica della modernità. Assai contestato dai filistei poveri di spirito per le sue posizioni culturalmente aristocratiche e, ad un tempo, osannato persino a sinistra da eminenti personalità come François Mitterrand e Alberto Moravia, Massimo Cacciari, Franco Volpi tra gli altri.

Guerra e Tecnica come rovesciamento delle categorie politiche della politica moderna (Soggetto, Razionalità, Stato, Progresso). Nichilismo come destino. Superamento del soggetto umanistico. Operaio/Titano al servizio della Tecnica. Affronta poeticamente con nitore letterario i temi politici di Carl Schmitt. Elabora le figure individualistiche post-borghesi dell’Anarca e del Ribelle. Figure che accettano il Nichilismo senza assecondarlo in attesa di trovare una nuova libertà oltre la linea e oltre il muro del tempo. Pace mondiale attraverso dolore e guerra. Tecnica espressione della metafisica nichilistica della volontà di potenza. Collaborazione fruttuosa con Mircea Eliade.

Per molti anni studia entomologia con eccellenti risultati. Muore a 103 anni… paradosso per un eroe di guerra ferito 14 volte in gioventù.

Uomo inflessibile, coltissimo, rigoroso, di eccezionale tempra e difensore delle proprie convinzioni. Nemico dell’americanismo e della modernità omologante. Per quel poco che vale, pur non condividendo alcune sue posizioni, lo ammiro per la lucidità, il coraggio, la capacità di volare alto.

Maestro insuperabile della contemplazione, entomologo competente, amante della libertà, legato profondamente all’Italia, sprezzante del pericolo e del senso comune. Da molto tempo penso che la cosa più importante della nostra vita non è l’opinione che di noi si formano i nostri contemporanei, ma la capacità di tirare dritto per la propria strada, anche quando si è stanchi e gli altri non capiscono, anche quando sembra che sia tutto inutile e si è vittima di palesi ingiustizie.

“Voi tutti conoscete la selvaggia tristezza che suscita il rammemorare il tempo felice: esso è irrimediabilmente trascorso, e ne siamo divisi in modo spietato più che da quale si sia lontananza di luoghi”.

J.V.