Il mito di Fetonte

Fetonte (Fetòn). – Figlio di Febo-Apollo e di Climene, sposa di Merope re degli Etiopi. Vide posta in dubbio la propria origine divina da Epafo, figlio di Giove; volle perciò averne certa conferma, e la madre, rassicuratolo, lo incitò a recarsi nella reggia del padre affinché ogni suo residuo dubbio cadesse dinanzi alle parole stesse del dio.


Febo, abbracciato il figlio, a dimostrazione del vero affetto paterno che lo animava gli promise di concedergli qualsiasi cosa egli avesse richiesto: e F. domandò di poter guidare per un giorno intero il carro del Sole. Invano Febo tentò di dissuaderlo prospettandogli i pericoli della folle impresa: F. insistette, e la promessa, che era stata fermata da solenne giuramento, dovette essere mantenuta. F., salito in cielo, rimase ben presto agghiacciato dallo spavento, e i cavalli, non sentendo alle redini l’usata autorevole mano, iniziarono una pazza corsa, sconvolgendo l’ordine cosmico e turbando le costellazioni celesti. Bruciarono monti e selve, si seccarono fiumi, intere città furono distrutte. La Terra, riarsa, invocò l’intervento di Giove: il quale pose fine all’avventura con un fulmine giustiziere, e il corpo dell’incauto precipitò nel Po.


Il bellissimo mito è ricordato da numerosi scrittori della classicità ed è ampiamente narrato nelle Metamorfosi ovidiane (I 750 ss., II 1-332) di cui costituisce uno dei più famosi episodi: ed è appunto il racconto ovidiano che Dante mostra di avere particolarmente presente. La favola, toccata tangenzialmente nel Convivio esponendo le varie teorie sulla Galassia (li Pittagorici dissero che ‘l Sole alcuna fiata errò ne la sua via e, passando per altre parti non convenienti al suo fervore, arse lo luogo per lo quale passò, e rimanevi quella apparenza de l’arsura: e credo che si mossero da la favola di Fetonte, la quale narra Ovidio nel principio del secondo di Metamorfoseos, II XIV 5; e cfr. / f XVII 108; la notizia è ripresa dal commento tomista alle Meteore di Aristotile, I VIII 12; v. GALASSIA), ha offerto al poeta motivo di circonlocuzioni per indicare il sole e il suo percorso (Rime XCV 3-4 que’ che vide nel fiume lombardo / cader suo figlio; Pg IV 71-72 la strada / che mal non seppe carreggiar Fetòn; Pd XXXI 124-125 il temo / che mal guidò Fetonte) e di similitudini (in If XVII 107-108 la paura che D. prova sul dorso di Gerione è paragonata a quella di F. quando abbandonò li freni, / per che ‘l ciel, come pare ancor, si cosse; cfr. Met. II 199-209; e in Pd XVII 1-3 il desiderio di conoscere la sorte futura dall’avo Cacciaguida è accostato, per l’intensità, all’inchiesta di F. circa l’identità del suo vero padre: Qual venne a Climenè, per accertarsi / di ciò ch’avëa incontro a sé udito, / quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi [cfr. Met. I 755-764]: dove il verso finale arricchisce improvvisamente la favola di intimo significato morale, per cui v. anche il giudizio sullo sconsiderato voto di Agamennone, Pd V 68-72).
Il passo più importante coinvolgente il mito di F. è in Pg XXIX 118-120, dove il carro che simboleggia la Chiesa è detto essere più bello di quel del Sol che, svïando, fu combusto / per l’orazion de la Terra devota, / quando fu Giove arcanamente giusto: è notevole che D. qui non si sia soffermato a citare qualche particolare della bellissima descrizione ovidiana del carro solare (Met. II 107-110), che pure dovrebbe costituire il senso stesso del paragone, per puntare sulla ‛ arcana giustizia ‘ divina che ha permesso tanto disastro (cfr. Met. II 285-290, che rende inutile il rinvio a Igino o ad altri mitografi per spiegare arcanamente; cfr. ” Bull. ” XVI [1909] 149) e la devota richiesta di punizione, subito accolta.
Nella mente del poeta infatti la similitudine si allarga sino a ravvisare nel carro del Sole mal guidato da F. il carro della Chiesa portato dai pastori simoniaci verso il precipizio, suggerendo i gravi danni che ne vengono alla cristianità tutta e la punizione che sicuramente verrà. Il parallelo è del tutto esplicito nell’epistola XI indirizzata ai cardinali: non aliter quam falso auriga Phaeton exorbitastis (§ 5), dove il poeta pare implicitamente invocare, anch’egli ‛ devoto ‘, a nome della cristianità la giusta vendetta del cielo, che colpendo i responsabili colpirà inevitabilmente (come nell’esempio mitico il carro del Sole) la Chiesa.
Per la forma nominativale Fetòn, in rima (Pg IV 72), v. Parodi, Lingua 232, 370.
Enciclopedia Treccani

J.V.