IL CONSOLE UCRAINO NON VUOLE IL “BORIS” ALLA SCALA. MA HA TORTO

IL CONSOLE UCRAINO NON VUOLE IL “BORIS” ALLA SCALA. MA HA TORTO
Non c’è opera più violenta e straziante contro la perversione del potere russo

Premesso che fra l’aggressore e l’aggredito si parteggia per l’aggredito, che gli ucraini fanno benissimo a difendersi e che sanno benissimo farlo, la lettera con la quale il loro console a Milano, Andrii Kartysh, chiede alla Scala di soprassedere al Boris Godunov di Sant’Ambroeus appare proprio la classica pipì fatta fuori dal vasino. Non in nome del sovranismo operistico già rivendicato da alcuni commentatori, per cui la programmazione della Scala la sceglie la Scala (spesso sbagliandola, per la verità), non ci facciamo imporre il repertorio dallo straniero e così via. E nemmeno perché cambiare opera tre settimane prima della “prima” è pura fantascienza: nessuno pretende che i diplomatici sappiano come funziona un teatro, ma almeno potrebbero farsi spiegare che i titoli si scelgono anni prima di mandarli in scena. Quindi che il ’22-’23 scaligero sarebbe iniziato con un’opera russa in russo era deciso molto prima dell’invasione russa dell’Ucraina.
Stupisce, semmai, che il console possa considerare il Boris un’opera di propaganda. Certo Musorgskij, almeno dal punto di vista musicale, era un accanito nazionalista e le sue opere, in primis questa, rigurgitano di simpatia, proprio nel senso etimologico di soffrire insieme, per le storiche sventure del suo popolo. Aggiungiamo che nell’opera viene pure messa in scena la principessa polacca Marina che vuole sposare il falso zar Dimitri per riportare la Russia all’obbedienza di Roma, un complotto orchestrato da un gesuita che porta curiosamente il nome di una nobile famiglia di Modena, Rangoni (però nello spettacolo della Scala l’“atto polacco” non ci sarà perché Riccardo Chailly dirigerà l’ur-Boris, la prima versione dell’opera, quella del 1869, dove Marina non compare e che appunto per mancanza di primadonna fu bocciata dal Comitato di lettura del Mariinskij di Pietroburgo con sei palle nere contro una bianca – che palle, appunto).

Ma il Boris, tratto dal dramma di Puskin e dalla Storia dello stato russo di Karamzin, è anche e forse soprattutto un atto d’accusa contro il potere assoluto, misterioso e dispotico degli inquilini del Cremlino. Infatti il testo di Puskin fu vietato da Nicola I e quello di Musorsgkij da Alessandro III: uno zar che muore devastato dai rimorsi per aver usurpato la corona assassinandone, forse, il legittimo titolare non era un soggetto adatto ai teatri imperiali e agli occhi dei sudditi. Ma i potenti cambiano, la Russia no. Le Lettres de Russie del marchese di Custine (1839), per Aleksandr Herzen “il libro più intelligente che sia stato scritto sulla Russia da uno straniero”, secondo George Kennan spiegavano benissimo anche la Russia di Stalin e si potevano applicare pure a quella di Breznev: c’era solo la stella rossa invece dell’aquila bicipite. Il regime attuale non è molto diverso: da quelle parti, il potere, zarista, sovietico o putiniano non importa, è sempre lo stesso, la combinazione di ideologia, imperialismo e ortodossia anche. Ricordo che nel Boris forse più bello visto in vita mia, nel ’94 a Salisburgo con un Abbado piramidale, Herbert Wernicke metteva in scena i giochi di potere di boiari in doppiopetto e Borsalino davanti a un popolo succube, rinchiuso in enormi gabbie metalliche. Lo straziante lamento dell’Innocente, “lacrime, spargi lacrime, mia povera patria. Piangi, piangi, povero popolo russo”, potrebbe uscire dalla bocca di qualche coscritto spedito a forza a fare da carne da cannone sul Dniepr. E Kasper Holten, il regista danese dello spettacolo milanese, già tenutario in patria di uno strepitoso Anello del Nibelungo, disponibile anche in dvd come The Copenhagen Ring (guardatevelo, ne vale la pena), tutto farà tranne che assolvere lo zar usurpatore e omicida. Invece di chiedere alla Scala di rinunciare al suo Musorgskij, il signor Kartysh dovrebbe compiacersi che l’abbia scelto: non esiste testimonianza più violenta e insieme straziante contro la perversione del potere russo. Con la differenza che Boris aveva dei rimorsi. Putin, forse, nemmeno quelli.

DI ALBERTO MATTIOLI (Esperto d’opera, ha collaborato con molti teatri e riviste italiani e internazionali)

Concordo con Mattioli e quanto lui ha scritto vale per ogni opera musicale o letteraria russa e in genere per qualsiasi opera d’arte di ogni paese in quanto l’opera d’arte è sinonimo di LIBERTÀ.

J.V.

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