GUERRA E POLITICA

GUERRA E POLITICA

“Dio è assente dai campi di battaglia” (Blaise Cendrars, La mano mozza)

La civiltà occidentale attribuisce alla guerra il potere di originare le forme della politica e i conseguenti valori sociali, il racconto storico, il pensiero collettivo. Grazie ad Omero la guerra viene pensata come momento della verità nel quale l’uomo acquista un senso, una dignità da raccontare. La guerra acquista una legittimazione grazie alla visione. Così l’epica antica. Poi, con la modernità, il paradigma guerra/visione entra in crisi. Non parliamo poi della contemporaneità dove la televisione svela la tragicità della Guerra grazie alla realizzazione tecnica. Nulla acquista senso. Siamo dentro l’Apocalisse. La Grande Guerra smentisce l’Iliade. Disincanto del mondo ed esperienza di non senso. Fine dell’ideale eroico. Dio è con noi? No, con nessuno. La guerra non è un duello su vasta scala ma un’ecatombe. Già Conrad lo testimonia nel suo racconto breve “Il duello”. Un tempo il coraggio, la rinomanza poetica del nome e delle gesta di un eroe, garantivano la vittoria sulla morte. Il conflitto armato veniva pensato come dimensione estetica funzionale alla creazione poetica. La luce splendente della gloria allontanava il regno delle ombre. Achille rappresenta il coraggio puro e semplice, Ulisse è anche coraggioso, ma astuto e tecnologico (il cavallo come macchina di guerra insidiosa e devastante). La letteratura occidentale inizia con la narrazione poetica di una guerra. La guerra tecnologica sprofonda nella dimensione dell’inapparente perché pur accentuando il suo versante spettacolare in senso moderno diverrà in realtà sempre più inenarrabile secondo lo schema classico. L’ordigno tecnologico va di pari passo con l’impersonalità del gesto utile all’innesco. L’arma diviene estranea al suo utilizzatore, acquista il carattere meccanico di un utensile e uccidere diviene un atto alienante e consuetudinario. Non ci sono più eroi e non vi sono visioni. Tutto entra nell’ indistinto. Omero dà forma a tutto, la guerra tecnologica non ha forme sensibili.

Johan Huizinga, nel suo capolavoro L’autunno del Medioevo, scritto un anno dopo la fine della Grande Guerra, mette in risalto il carattere strutturalmente alienato dell’esperienza moderna “Quando il mondo era più giovane di cinque secoli tutti i casi della vita avevano forme esteriori molto più violente. Tra dolore e gioia, tra calamità e felicità la differenza pareva più grande di quanto lo sia per noi; tutto ciò che si provava aveva ancora quel grado di immediatezza e di assolutezza che la gioia o il dolore hanno ancora oggi nello spirito infantile. Ciascun evento, ciascun atto erano circondati da forme definite ed espressive ed erano innalzati al livello di un preciso e rigido stile di vita. I grandi avvenimenti: la nascita, il matrimonio, la morte, partecipavano, per mezzo del sacramento, allo splendore del mistero divino”

In questo meraviglioso libro sbagliato, agli occhi di Huizinga la guerra rappresenta l’evento supremo. Ciò che non vede, pur nella consapevolezza della discrasia tra realtà della Guerra e la sua idea cavalleresca, è che quello della pietà e della virtù religiosa è soltanto un manto esteriore che, in epoca religiosa, ricopre il nucleo pagano dell’ideale eroico. L’eroismo medievale è una rappresentazione ritualistica che sopravvive in età moderna sotto forma di mito della guerra, un ideale estetico, la ricerca della gloria, una caccia tragica dell’ invisibile in un mondo che ha smarrito il senso. Un mediocre film di Ridley Scott, The last duel, esprime bene tutto questo. La realtà è quella di Azincourt che Shakespeare immortala due secoli dopo nel suo stupendo Enrico V “Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravvivrà quest’oggi e tornerà a casa, si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano.

Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo: “Domani è San Crispino”; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà: “Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”. Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno. Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche – Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester – saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia. Ogni brav’uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest’oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi.

Noi felici, pochi.

Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!”

Fu in realtà uno sterminio di massa, un massacro ordinato dal re ai gallesi. Nessun nobile inglese avrebbe assassinato a freddo un nobile francese per spirito di appartenenza alla casta. Enrico temeva il ritorno della cavalleria francese e diede ordine di massacrare tutti i nobili catturati ed ormai inermi. Anche qui viene in aiuto il cinema con un bellissimo film di Bertrand Tavernier “La passion Béatrice” sul massacro del 25 ottobre 1415. Fine del mito della cavalleria francese. Il nuovo realismo sarà raccontato da Ariosto e Tasso. Il primo parla di frode tecnologica e di abominio descrivendo il cannone. A questo proposito come non citare lo splendido film di Ermanno Olmi “Il mestiere delle armi”? E poi Cervantes col Don Chisciotte.

E arriviamo alla guerra dei trent’anni del Seicento.

Poco dopo le 9 del mattino del 23 maggio 1618, un mercoledì, Vilém Slavata si trova sospeso nel vuoto da una finestra del castello di Hradshin, a Praga – una situazione che dopo una distinta carriera al servizio della monarchia regnante, gli Asburgo, nessuno può mettere in conto. Un aristocratico di 46 anni, è presidente del Tesoro boemo e giudice della suprema corte. Le sue fortune si sono moltiplicate grazie al matrimonio con Lucia Ottilia z Hradec (o, alla tedesca, von Neuhaus), un’ereditiera di cinque anni più anziana che gli ha portato in dote enormi possedimenti ma soprattutto l’accesso agli alti uffici di corte. Qualche minuto prima, lui e il suo altrettanto distinto collega, Jaroslav Borita von Martinitz, erano stati sopraffatti da cinque uomini armati. Martinitz era già stato buttato dalla finestra, senza che la sua richiesta di poter vedere un confessore fosse esaudita. Adesso Slavata sente un colpo, portato con l’impugnatura di una spada, sulle dita della mano che lo tiene aggrappato al braccio di uno degli assalitori. Per il dolore molla la presa e precipita nel vuoto. È subito seguito dal suo segretario, Philipp Fabricius, che aveva invano cercato pietà avvinghiandosi alla gamba di uno dei cinque.

La Defenestrazione di Praga è la causa immediata della Rivolta boema, l’inizio di quella che in realtà è stata la Prima Guerra mondiale. Tutt’Europa viene coinvolta in quello che, in senso letterale, è stato un macello: otto milioni di morti e lo sconvolgimento della mappa politica e religiosa del continente. Nel 1648, in Westfalia, si firmano i trattati di pace ma la guerra tra Francia e Spagna − le superpotenze del tempo − continua sino alla firma della pace dei Pirenei del 1659. La supremazia europea dura tre secoli e cessa con la guerra dei Trent’anni del Novecento, iniziata nel 1911 con l’attacco italiano all’impero Ottomano e chiusa nel 1945 con la fine di quella è nota come Seconda Guerra Mondiale ma altro non è che la fase finale di un unico conflitto. Una guerra civile europea simile a quella del Seicento, la storia di un continente racchiusa tra due distruzioni epocali.

Nel 1648 il centro d’Europa, il Sacro romano impero della nazione tedesca, viene polverizzato e ridotto a una miriade di staterelli e città. La potenza egemone è la Francia di Mazarino, continuatore dell’opera di Richelieu, e poi di Luigi XIV. Alsazia, Lorena e i vescovadi di Metz, Toul e Verdun allargano i confini dell’hexagone. Versailles sarà il centro del potere francese e quindi del mondo conosciuto. Nel salone degli specchi di Versailles, a distanza di quasi due secoli e mezzo, il cancelliere prussiano Otto von Bismarck si prenderà la rivincita: proprio in quel salone verrà proclamata la nascita del Reich tedesco e sarà umiliata la Francia sconfitta a Sédan. Da quel momento la contrapposizione franco-tedesca sarà il filo conduttore della politica europea lanciata verso il harakiri finale.

Ma per comprendere questa storia non si può fare a meno di risalire agli avvenimenti legati alla Guerra dei trent’anni del Seicento. Perché tutto inizia lì: gli abitanti della Francia orientale sono stati abituati a leggere ogni invasione sul metro delle devastazioni provocate da Svedesi e Croati negli anni ‘30 del Seicento; i soldati in trincea sul fronte orientale della Grande Guerra erano convinti di essere sottoposti a orrori dimenticati da tre secoli; e nella resa annunciata per radio il 4 maggio 1945, Albert Speer, architetto di Hitler e ministro degli armamenti, dirà che “la distruzione inflitta alla Germania può solo essere paragonata a quella della Guerra dei Trent’anni. Non possiamo permettere che la decimazione del nostro popolo raggiunga le proporzioni di quell’epoca.”

È una storia tragica che ha come protagonista il paese tragico per eccellenza: la Germania, o meglio ciò che nel Seicento si chiama così per convenzione. Un destino tragico: Martin Lutero è il padre spirituale del mondo tedesco; Johann Sebastian Bach ne incarna l’anima musicale, ma sarà Friedrich Nietzsche a profetizzarne l’esito. Nella storia tedesca la Guerra dei Trent’anni occupa un posto simile a quello delle guerre civili in Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti o alle rivoluzioni in Francia e Russia. Ancora dopo la metà del Novecento, l’opinione pubblica tedesca la metteva davanti alle due guerre mondiali, all’Olocausto e alla Morte Nera, la pandemia di peste che devastò l’Europa a metà Trecento. E all’inizio di questo secolo, due storici tedeschi hanno sostenuto che “mai, né prima né dopo, neppure durante gli orrori dei bombardamenti nella fase finale della Seconda guerra mondiale, il Paese è stato tanto devastato e il suo popolo ha tanto sofferto”. Per i tedeschi, la Guerra dei Trent’anni è un trauma nazionale che definisce come la Germania vede se stessa e il suo posto nel mondo: è il simbolo dell’umiliazione nazionale, l’elemento che ritarda lo sviluppo politico, economico e sociale, la causa che condanna il Paese a due secoli di divisioni interne e di impotenza internazionale.

Una guerra che vede Wallenstein come imprenditore capitalistico vero e proprio. La guerra come investimento estremamente redditizio.

Cosa si può dire di questo immenso macello che ha visto come vittime soprattutto le popolazioni inermi?

Dopo Westfalia di fatto l’Impero è ormai una mera espressione geografica mentre sorgono con un’identità nazionale l’Austria, la Baviera, la Sassonia e il Brandeburgo-Prussia. Grazie alla politica di potenza francese il centro d’Europa è vuoto e il Brandeburgo-Prussia si impegnerà a lasciarlo tale in futuro. Un’altra conseguenza della pace sarà l’odio della Germania del nord verso gli Asburgo, ritenuti i responsabili del disastro tedesco; l’accusa è di aver sacrificato l’impero all’Austria per ottenere una pace umiliante. Accusa tutto sommato ingiusta perché gli Asburgo in realtà tentano di unificare il centro d’Europa e dare dignità all’impero. Gli svedesi approfittano delle divisioni tra i principi tedeschi per espandersi in Germania e la Francia ottiene l’Alsazia, fonte di guai per i futuri secoli, a causa della vigliaccheria e del doppiogiochismo di Massimiliano di Baviera. Il dato saliente è comunque la frattura insanabile tra Nord tedesco e Austria. La verità è che la tragedia tedesca è soprattutto responsabilità delle liti e delle divisioni tra i principi tedeschi, incapaci di una strategia comune e di vasto respiro, chiusi in una visione particolaristica e miope. Richelieu e Olivares, Gustavo Adolfo e Ferdinando II, Ferdinando III e Mazarino giocarono proprio su queste divisioni, sugli interessi privati dei principi: Sassonia contro Baviera, Brandeburgo contro Sassonia. Di chi la responsabilità della guerra? Nessuno alla Westfalia vuole prendersela. Il Papa esprime forti parole di condanna. Le responsabilità sono collettive ma aumentano in diretta proporzione col rango e il potere personale dei protagonisti. Forse solo Cristina di Svezia ebbe la lungimiranza di cercare la pace anche contro gli interessi specifici del suo paese. Due personaggi hanno particolari responsabilità: Giovanni Giorgio di Sassonia e Massimiliano di Baviera. Assieme questi due potenti principi avrebbero potuto fermare le mire ambiziose di Ferdinando di Stiria e di Federico del Palatinato impedendo così gli interventi spagnolo e francese. In particolare poi Massimiliano è colpevole di aver barattato l’Elettorato con l’appoggio a Ferdinando, assestando un colpo mortale alla Germania; inoltre, sempre per difendere la carica elettiva sottratta a Federico V consente a Mazarino di strappare l’Alsazia all’impero. La guerra fu una catastrofe per la Germania e per l’Europa, le Paci di Westfalia annunciavano altre guerre e più che di trattati di pace si può parlare di rimaneggiamenti della carta geografica in funzione francese. La guerra non risolse alcun problema e, se i conflitti armati sono insensati, questo lo fu più di altri. Dopo Westfalia non si ucciderà più in nome di Dio, ma in nome della Ragione, dello Stato, dell’amore di Patria. Poco cambia: occorre sempre uno straccio rosso da agitare sotto gli occhi del toro per farlo caricare.

Affidiamoci alle parole di un grande tedesco, Friedrich Schiller: “Se gli interessi privati e quelli pubblici non si fossero sovrapposti, né la voce dei teologi né quella delle genti avrebbero trovato dei principi così disponibili ad ascoltarle; mai nuove dottrine avrebbero armato tanto zelo e tanti valenti difensori… Anche se non si può negare che l’amore per l’indipendenza e la prospettiva del ricco bottino che prometteva l’appropriazione dei monasteri e delle abbazie, accrescesse, agli occhi di molti principi, il merito delle dottrine di Lutero, per deciderli a difendere apertamente queste dottrine era necessario che la ragion di stato ne facesse per loro un dovere”. Schiller non fa mistero delle sue simpatie per la parte protestante, ma osserva che la religione, fu strumentalizzata da tutti i partecipanti al conflitto. Mentre per molti la guerra a favore o contro l’Imperatore – a favore o contro il potere della Chiesa cattolica- fu una questione di cuore e di sentimento, per i principi che manovravano gli eserciti, la religione rimase sempre un mezzo di potere. Schiller vede nella guerra dei trent’anni il primo conflitto a livello europeo, e quindi per quei tempi mondiale, che alla fine, con la Pace di Vestfalia, porta l’Europa distrutta a una nuova consapevolezza: che gli stati dell’Europa costituiscono una comunità e che una guerra come questa, che ha dimezzato la popolazione dell’Europa centrale, non doveva mai più succedere. Peccava di ottimismo ma non conosceva ancora le conseguenze devastanti delle terribili guerre del Novecento.

Oggi? La tele-visione della Guerra: un’apocalisse senza rivelazione. Pensiamo alla visione ottenebrante della Guerra del Golfo, all’operazione Desert Storm, la prima guerra in diretta televisiva, giocata sulla dialettica tra abbondanza tecnologica e atavica povertà della situazione di guerra. Ma il pubblico esige lo spettacolo. Spettacolo della Guerra ed eclissi della narrazione. Allo scrittore è subentrato il telegiornalista con la conseguente distruzione del paradigma guerra-visibilità. La morte, per la civiltà dello spettacolo, consiste nella cessazione dell’immagine, non nell’immagine di morte. La morte è il nero dello schermo luminoso. “Nell’età della completa trasparenza televisiva… banalità e fatalità coincidono: tutto ciò che la televisione può dare a vedere, anche la Morte, è banale, tutto ciò che la televisione mostra, ci è fatale perché alimenta soltanto la vita dell’immagine.”

(Antonio Scurati, Guerra, p. 240).

J.V.

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