GIOVANNI AGNELLI

GIOVANNI AGNELLI

Giovanni Agnelli, detto Gianni nasce a Torino il 12 marzo 1921 e muore a Torino il 24 gennaio 2003. Detto “l’Avvocato” ma in realtà non lo è mai stato
non avendo sostenuto l’esame abilitativo alla professione forense. Con lui storia e leggenda si mescolano. Gli Agnelli vengono da Villar Perosa, un paesino a cinquanta chilometri da Torino. Nel 1853 comprano la villa signorile del Conte feudatario della zona: una dimora che diverrà il quartier generale della famiglia. Il patriarca Giovanni Agnelli (1866-1945), nonno di Gianni, riceve addestramento militare e inizia la carriera in un mondo fatto di uniformi, merito, pompa, orgoglio e arroganza. Nel 1898 assieme al Conte Emanuele Bricherasio di Cacherano investe sulle automobili e nasce la F.I.A.T. (Fabbrica italiana automobili Torino) della quale diviene amministratore delegato. Con metodi poco ortodossi butta fuori il socio e nel 1908 subisce un processo. Grazie ad amici potenti resta in sella e stabilisce solidi rapporti con Roma ottenendo lucrose commesse nel 1911 al tempo della Guerra di Libia. Poi appoggia un promettente Benito Mussolini. Nel 1922 Giovanni Agnelli saluta con entusiasmo l’avvento del Fascismo. Purtroppo l’unico figlio Edoardo (1892-1935) pensa più alla Juventus che alla fabbrica, al lusso piuttosto che al lavoro, all’amore e non al dovere. Il 14 luglio 1935 Edoardo muore in un incidente aereo lasciando vedova la signora Virginia Bourbon del Monte, principessa di San Faustino e orfani ben sette figli. Il secondo, Giovanni detto Gianni, è quello destinato ad assumere il comando. Bello, irresistibile, alla mano ed altero ad un tempo, dedito ai piaceri della vita ma rigido e severo con tutti gli altri. In lui c’è qualcosa del nonno e del padre. Un predestinato, un Medici, un Gonzaga. Viziato dalla governante diviene un autentico furfante, autore di scherzi atroci verso i compagni. Bocciato a scuola? Non ha importanza. Quando la sorella Susanna gli confessa di essere innamorata, Gianni risponde “Tu innamorata, ma com’è possibile? Credevo che solo le serve si innamorassero”. Belle ville, amici importanti, denari a palate grazie ai regimi italiano e tedesco. Ovviamente avrebbero venduto volentieri anche a inglesi e americani. Allo scoppio della seconda guerra mondiale Gianni combatte in Russia e in Nordafrica e questo gli fa onore perché avrebbe potuto scansare il servizio. Alla fine della Guerra la famiglia riposiziona le proprie alleanze politiche schierandosi col fronte antifascista. Il vecchio senatore, troppo compromesso con il Duce, si ritira a vita privata per morire a Villar Perosa nel dicembre 1945.

Nello stesso anno muore anche Virginia Bourbon in un incidente automobilistico. Ora Gianni deve decidere cosa fare da grande. È brillante, raffinato, affabile, conosce quattro lingue. Vittorio Valletta gli dice “Esistono solo due possibilità: o il presidente della Fiat lo fate voi o lo faccio io”. Risposta “Ma di certo voi, professore” seguendo così il consiglio del nonno “Prenditi qualche anno di libertà prima di immergerti nelle preoccupazioni dell’azienda”. Presidente della Juventus nel 1947. Viaggi in tutto il mondo. Amico di John Fitzgerald Kennedy, David D. Rockefeller, Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia per citarne solo alcuni. Vita sentimentale intensa. Matrimonio nel 1953, a Strasburgo, nel castello di Osthoffen con Marella Caracciolo dei Principi di Castagneto. Due figli: Edoardo e Margherita. Diversi incidenti ad una gamba lo rendono claudicante.

A quarantacinque anni prende in mano la Fiat e porta a termine l’accordo firmato da Valletta coi sovietici: nasce uno stabilimento vicino al Volga, Togliattigrad. Poi deve affrontare la questione Alfa Romeo. Il governo italiano decide di finanziare l’Alfa per la costruzione di uno stabilimento a Pomigliano d’Arco per produrre un modello di autovettura di livello medio, nella stessa fascia di mercato, più o meno, della Fiat 128.
Il tentativo è dettato dall’esigenza di limitare l’emigrazione meridionale verso le fabbriche del Nord. Nasce il progetto denominato “Alfasud”, sotto la responsabilità tecnica dall’ingegnere Rudolf Hruska, uno dei più importanti tecnici della scena internazionale, già “braccio destro” di Ferdinand Porsche. A parere di Gianni Agnelli non vi era spazio per un altro concorrente e inoltre la neonata Alfasud di rivolgeva ai quadri FIAT, sottraendo così tecnici offrendo loro stipendi di entità superiore. Inizia un grande piano di ristrutturazione che prevede anche l’acquisizione della prestigiosa Ferrari e del marchio Lancia. Con lui la Fiat diviene l’incarnazione stessa del capitalismo italiano del novecento. L’avvocato vuole internazionalizzare la FIAT e lavora sul mercato francese scontrandosi però con le politiche nazionaliste golliste. Agnelli punta allora sul mercato dell’Europa orientale e su quello brasiliano. Iniziano l’autunno caldo e una durissima vertenza che si chiude nel 1970 con un oneroso contratto per le aziende. Arriva Cesare Romiti nel 1974 e la FIAT si trasforma in holding finanziaria. Intanto Agnelli si avvicina sempre più a Mediobanca e ad Enrico Cuccia. Nel 1974 viene eletto presidente di Confindustria. La sua è una politica di appeasement verso i sindacati nella speranza di attenuare l’asprezza delle lotte operaie. L’interlocutore privilegiato diviene Luciano Lama, segretario generale della CGIL e responsabile della politica dei tre sindacati principali. L’operato di Gianni Agnelli viene aspramente criticato dagli altri industriali perché considerato eccessivamente morbido.


Poi nel 1976 la meteora De Benedetti e, soprattutto, l’ingresso di Muʿammar Gheddafi (in dieci anni il socio libico, nel mero ruolo di investitore, arriva a possedere quasi il 16% del capitale Fiat). La cessione getta un certo scompiglio negli ambienti politici occidentali a causa delle tensioni esistenti tra la Libia di Gheddafi e gli Stati Uniti in particolare. Poi la marcia dei quarantamila segna un punto di svolta e una brusca caduta del potere contrattuale sino ad allora detenuto dai sindacati degli operai in Italia all’interno della FIAT. Qualche anno dopo viene blindato il controllo della FIAT da parte della famiglia Agnelli e viene inspiegabilmente allontanato l’uomo che aveva risollevato le sorti dell’azienda: Vittorio Ghidella.
Nel 1991 viene nominato senatore a vita dall’allora presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga. Vota la fiducia al governo Berlusconi del quale aveva detto alcuni anni prima “Se vince, avrà vinto un imprenditore, se perde avrà perso Berlusconi”. Vota anche la fiducia al governo di Massimo D’Alema dicendo “oggi in Italia un governo di sinistra è l’unico che possa fare politiche di destra”.
Del resto l’avvocato è sempre stato disinvolto anche nella vita privata. Uomo ricco di fascino, potente e ammirato, sportivo e anticonformista. Il vero re d’Italia.
Muore 24 gennaio 2003 a causa di un tumore alla prostata. A distanza di vent’anni il monarca viene ancora osannato. Era intoccabile da vivo, lo resta da morto. Grazie a lui in Italia è nata l’alleanza tra sinistra e capitale, Fiat & Martello. Scrive bene Marcello Veneziani “In principio era lo slogan “Agnelli Pirelli fascisti gemelli”. Poi, a partire dagli anni settanta, Agnelli attua ciò che da tempo sosteneva: soltanto la sinistra in Italia può sostenere politiche di destra. Si realizza l’alleanza tra sinistra e potere fiat. Vengono ingaggiati giornalisti, direttori e firme dal mondo militante di sinistra, tra gli intellettuali organici, gli ex sessantottini, i funzionari della sinistra comunista ed extraparlamentare. Grandi giornali e televisione appoggiano la Fiat. Agnelli socializza le perdite e privatizza i guadagni, munge lo Stato. L’avvocato diventa il simbolo dello stile snob, chic, scostante ed elegante. L’antifascismo sostituisce l’anticapitalismo: il nemico da odiare non è più il padrone sfruttatore ma il fascista, vero o presunto, anche se è un poveraccio. Intanto cresce una intellighenzia snob di sinistra che trova larga rappresentanza nel giornale La Repubblica. Una sinistra che disprezza il popolo e che convoglia il residuo anticapitalismo contro Berlusconi, snobbato da Agnelli e dai salotti della finanza. Berlusconi viene odiato non tanto in quanto padrone ma in quanto populista, peronista, sdoganatore di postfascisti.


Interessante ancora il punto di vista di Veneziani “… la figura di Agnelli è essenziale per capire il punto di svolta della sinistra, ovvero quando diventò il braccio armato del Capitale, o perlomeno il braccio amato; quando cioè si trasforma in guardia rossa dell’establishment mondiale e locale… Se cercate quando e dove la sinistra perse la sua identità, la sua storia e la sua ragione sociale, cercatela in quegli anni a Torino nelle foresterie di casa Agnelli.”
Difficile dargli torto…

J.V.

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