Capaneo (Kapanéus)

Capaneo (Kapanéus)

Eroe della mitologia greca, figlio di Ipponoo e di Laodice (o di Criseide) e nipote di Megapente.

Uno dei sette re che partecipano all’assedio di Tebe per restituire il potere a Polinice. Possente e superbo, primo a scalare le mura della città e, dopo aver sfidato apertamente gli dei a contrastarlo, fulminato da Zeus.

Teseo non fa bruciare il corpo di Capaneo insieme agli altri perché colpito dal fulmine di Zeus e quindi considerato empio. Il suo cadavere arde in un rogo separato dove si getta la sua sposa, Evadne figlia di Tebea e del dio della guerra Ares, che lo ama teneramente.

Nella tragedia di Euripide Le Supplici, si fa cenno alla sua modestia e sobrietà di vita, pur dotato di molte ricchezze («Molto ricco egli fu; ma non mai gonfio / di sue ricchezze, né superbo più / d’un poverello», «Il ben, soleva dire ei, non consiste / nell’impinzare l’epa; e il poco basta»).

Nella Tebaide di Stazio, viene descritto nell’atto di sfidare Bacco ed Ercole, protettore dei tebani, e di esortare Zeus ad accorrere con tutte le sue forze, anziché limitarsi a spaventare le fanciulle con i suoi tuoni…’guadagnandosi’ così il fulmine del dio. Stazio attribuisce a lui anche frasi come: «il coraggio è il mio dio… La paura primamente creò nel mondo gli dei».

Prototipo di uomo che ha troppa fiducia in sé, viene collocato da Dante fra i bestemmiatori, violenti contro Dio nella parola. Anche nell’Inferno dantesco finge disprezzo e indifferenza nei confronti della punizione divina, facendosi beffa delle fiamme, che come pioggia si abbattono sulle anime dei peccatori. Rivolge parole di sfida verso la giustizia divina a Dante e Virgilio e incassa il rimprovero aspro del poeta latino.

… Maestro, tu che vinci

tutte le cose, fuor che ’ demon duri

ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,

chi è quel grande che non par che curi

lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,

sì che la pioggia non par che ’l marturi?».

E quel medesmo, che si fu accorto

ch’io domandava il mio duca di lui,

gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.

Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui

crucciato prese la folgore aguta

onde l’ultimo dì percosso fui;

o s’elli stanchi li altri a muta a muta

in Mongibello a la focina negra,

chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,

sì com’el fece a la pugna di Flegra,

e me saetti con tutta sua forza,

non ne potrebbe aver vendetta allegra».

Allora il duca mio parlò di forza

tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:

«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza

la tua superbia, se’ tu più punito:

nullo martiro, fuor che la tua rabbia,

sarebbe al tuo furor dolor compito».

Poi si rivolse a me con miglior labbia

dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi

ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia

Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;

ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti

sono al suo petto assai debiti fregi.

Capaneo è un gigante che attacca il kosmos ordinato degli Olimpi (e infatti bestemmia Zeus), sogna di bruciare la creazione per quanto gli è possibile, simile a un Loki o a un Surtur nordico. E’ il fuoco distruttore, si crede superiore agli dei.

Il superbo pensa di meritare per se stesso, con ogni mezzo, una posizione di privilegio. Pensa che gli altri debbano riconoscere e dimostrare di accettare la loro inferiorità.

Nella dottrina morale cattolica la superbia è considerata il peccato narcisistico per eccellenza. Tommaso d’Aquino afferma che “Il superbo è innamorato della propria eccellenza”. Nel De cititate Dei Agostino scrive che “Il diavolo non è un lussurioso, né un ubriacone, né altre simili cose: è invece superbo e invidioso».

Secondo Aristotele “I superbì sono stolti perché si ingannano su se stessi: intraprendono imprese onorevoli credendo di esserne degni ma fanno così solo risultare la loro insufficienza”.

Spinoza, come sempre, centra il bersaglio “La Superbia è una gioia originata dal fatto che l’uomo sente di sé più del giusto”.

Nella mia vita sono stato umile con i buoni e, per reazione, superbo con i malvagi. Non ne sono orgoglioso, ma, come dice Delacroix, ”L’avversitá restituisce agli uomini tutte le virtù che la prosperità toglie loro”.

«Un giorno il viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio…» (Nietzsche)

J.V.