Maradona
Maradona
“Il più grande campione che ho visto giocare è Diego Armando Maradona. Credimi, figlio mio, non esisterà mai più, nei secoli dei secoli, un altro come lui. Ha fatto dell’imperfezione la perfezione. Piccolo, gonfio, dedito ad albe stanche, svogliate e sbagliate, vittima di falsi amici e della volontà di andare oltre ogni regola, Maradona ha trasformato un semplicissimo pallone di cuoio in uno scrigno di bellezza.”(Gianni Brera)
“Maradona era il “pacchetto completo”. Lui non era soltanto un grande calciatore, era un leader. Sapeva vincere da solo, come ha fatto al Mondiale. Era una bravissima persona. Il suo problema era che voleva essere amato da tutti. E quando i giornalisti lo stuzzicavano lui ci rimaneva male e reagiva subito. Nel suo cuore era una buona persona. Quando vedo Messi penso che è un grande calciatore ma è protetto: dagli arbitri, dalle telecamere, dal regolamento. Messi può limitarsi a dribblare. Diego doveva saltare alto così, non per fare dribbling ma perché volevano spezzargli le gambe.”(Ruud Gullit)
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Pibe de oro, mano di Dio, genio e sregolatezza. Per me il più forte di sempre e ne ho le tasche piene dei discorsi melensi della serie “sì, però bisogna contestualizzare il momento storico, e la fava e la rava”. Alcuni punti fermi: ha vinto un mondiale da solo e stava per vincerne un altro sempre da solo; Messi, comunque un campione, tolto dal noiosissimo Barcellona (che detesto per motivi del tutto irrazionali e quindi calcistici e per un noiosissimo tiki-taka che ci ha ammorbato l’esistenza) e dalle relative protezioni di cui gode non vince neanche la coppetta del quartiere. A Diego si può accostare soltanto il ruffianetto ipocrita Pelé (che però non ha giocato in Europa). Poco più in basso rispetto al brasiliano metto Crujff, Ronaldo dentone e Kaiser Franz. Gli altri, da Baggio a Platini, da CR7 a Gullit, ancora un po’ più in basso. Ma stiamo parlando dell’empireo.
Ora possiamo iniziare a parlare di Diego e di Maradona. Eh sì… sono due persone diverse. Diego fa casino, si comporta umanamente, delude, si droga, soffre, prova dolore, ama, tradisce, inganna. Maradona gioca, è immenso, il figlio del Dio del pallone, non si discute, si adora e basta. Il gol di mano contro la perfida Albione e il capolavoro di ogni tempo realizzato tre minuti dopo sono la sintesi dell’endiadi Diego-Maradona… “Quando Diego segnò il secondo gol contro di noi mi sentivo di applaudire come mai mi era capitato prima, è la verità. È il più grande calciatore di tutti i tempi e di tanto. Un vero e proprio fenomeno.” (Gary Lineker)
È vero… ha vinto soltanto un pallone d’oro alla carriera nel 1995 perché sino al 1994 il premio era riservato ai giocatori europei.
Riesce a far vincere lo scudetto al Napoli e lo riempie di significati che vanno oltre il calcio. Amato dal pubblico e dai compagni, spesso anche dagli avversari, incantati dalla sua abilità.
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“Durante una partita Juventus-Napoli nello spogliatoio ci dicemmo che l’unico modo per fermarlo era menargli di brutto. Ma dopo dieci minuti in campo ci guardammo e ci dicemmo che no, era troppo bello vederlo giocare. (Zibì Boniek).
“In quattro anni non l’ho mai sentito una volta rimproverare un compagno di squadra. Non ha mai fatto pesare il suo talento, per quelli che sbagliavano aveva sempre una parola di incoraggiamento, mai un rimprovero.” (Ottavio Bianchi)
“Diego era capace di cose che nessuno avrebbe potuto eguagliare. Le cose che io potrei fare con un pallone, lui potrebbe farle con un’arancia.” (Michel Platini)
Gentile nel 1982 gli strappa due magliette e lo tartassa con decine di falli (con i regolamenti di oggi sarebbe stato espulso dopo dieci minuti), quasi tuti i difensori tentano di picchiarlo. Difficilmente si lamenta “Diego Maradona non è stato solo il più grande calciatore, ma anche il più onesto. Era un modello di buon comportamento in campo. Rispettava tutti, dai top-player ai calciatori ‘normali’. Era sempre tartassato dai falli e non si lamentava mai, non come alcuni di attaccanti di oggi.” (Paolo Maldini)
Nato in un barrìo di Buenos Ayres, gioca scalzo fra le pozzanghere. Mostra meraviglie sin da bambino. Suo padre Diego si ammazza di lavoro per pochi soldi. La madre Tota è dignitosa nella povertà. Maradona si porterà sempre dietro l’infanzia. A dieci anni vince da solo le partite scartando sette avversari e andando in porta col pallone… “…ho dovuto capire in gran fretta cose che avrebbero richiesto più tempo. Nel calcio sono stato costretto a vedere cose che non mi piacevano. L’invidia per esempio. Io non sapevo cosa fosse. Mi chiudevo in una stanza e piangevo. Non ho molti amici io…
non dimentico le mie origini. Villa Fiorito è sempre il mio presente, non è il passato. Dispongo di più soldi? Meglio. Prima riesco a sistemare la mia famiglia, meglio è. Ma io non firmerò mai un contratto pubblicitario, se con esso volessero impadronirsi della mia vita…”. Poi Jorge Cyterszpiler, ragazzino poliomielitico amico d’infanzia si improvvisa manager, custode dell’immagine e degli interessi di Diego. Purtroppo Diego non sopporta le critiche e questo lo frega. Non ama il Barcellona e non è amato a Barcellona. Piange al mondiale in Spagna per il trattamento di Gentile. Non viene tutelato il suo genio. Il 23 novembre 1983 al Camp Nou il killer Goigoetchea gli spezza il malleolo e gli strappa i legamenti. Il recupero sarà lento e doloroso. Sembra aver perso la magia. I catalani non lo amano e lui si risente. Va via… a Napoli. Deve fuggire anche a causa del disastro finanziario causato da Jorge Cyterszpiler. Il 4 luglio 1984, su uno yacht in navigazione tra Capri e Mergellina firma il contratto che lo lega al Napoli. E poi l’amore dei napoletani… ”Oh! mamma, mamma, mamma, sai perché mi batte il corazon. Ho visto Maradona, innamorato son”. L’incantesimo si rompe a Italia ‘90 quando a causa di una zengata e dello scellerato Vicini che non fa giocare l’uomo verde, butta fuori ai rigori l’Italia favorita. Piange di rabbia  quando l’arbitro regala ai tedeschi la vittoria. Piange per i fischi al suo inno. Il napoletano Diego si sente tradito. E poi le accuse, le donne, la droga, la camorra, il fango e i veleni. Va via, lascia un figlio non riconosciuto, ingrassa, rattrista i nostri cuori. Nel ‘94 gli americani gli fanno pagare la sua simpatia per Fidel e altri presidenti sudamericani. Squalificato, infamato, oltraggiato. Si vuole creare la leggenda nera per il più forte giocatore di tutti i tempi. La gogna e l’invidia… un classico.
Caro Diego non sei stato un esempio di vita per i benpensanti… sei stato il Dio del calcio, un bambino immortale, un albatro che non deve cadere sulla tolda della nave.
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Io ti vorrò sempre bene e ti ringrazierò sempre per ciò che mi hai dato.
Domenica 17 gennaio 1988. Sampdoria Napoli. Piove. Il campo è pesante, il pallone pesantissimo. Noi attacchiamo, tu sei marcato dall’uomo verde e Mannini ha il compito di stenderti se per caso gli dovessi scappare. A cinque minuti dalla fine ti arriva dal cielo un pallone che pesa 100 chili. Lo puoi colpire soltanto di punta come un calciatore scarso… è quello che fai. Gol. Mi alzo assieme a molti altri sampdoriani e batto le mani. Perdere contro un Dio è accettabile.
J.V.