Miguel de Unamuno

Fideismo pragmatistico. Basco di Bilbao. Accarezza sogni di santità in età giovanile. Poi prevale l’amore carnale. Impara il tedesco leggendo Hegel. Poi Ibsen e Kierkegaard. Nel 1891 sposa l’amata Concha Lizárraga. Crisi spirituale profonda nel 1897. Professore e poi Rettore a Salamanca. Esalta la tradizione spagnola ma difende la libertà contro Alfonso XIII e Primo De Rivera. Cacciato dall’università e deportato, condannato a 17 anni di carcere. Rifiuta l’amnistia e va esule a Parigi. Ritorno trionfale in Spagna nel 1930 alla caduta della dittatura. Deluso dalla Repubblica e dal governo riformista nel 36 appoggia i franchisti sperando nella rigenerazione spagnola e confidando in Franco come ultimo baluardo contro ateismo e comunismo.

«Non appena nacque il movimento salvatore capeggiato dal generale Franco, mi sono unito ad esso, sostenendo che ciò che bisognava salvare della Spagna è la civiltà occidentale cristiana e, con essa, l’indipendenza nazionale, visto che, nel territorio nazionale, si sta ventilando una guerra internazionale. […] Nel frattempo, mi andava riempiendo di orrore il carattere che stava assumendo questa tremenda guerra civile senza quartiere, guerra dovuta ad un’autentica malattia mentale collettiva, ad una epidemia di pazzia con certo substrato patologico-corporale. Le inaudite crudeltà delle orde marxiste, rosse, superano qualsiasi descrizione e devo risparmiarmi la retorica a buon mercato. A dare il tono non sono i socialisti, né i comunisti, né i sindacalisti, né gli anarchici, bensì bande di malfattori degenerati, ex-criminali nati senza ideologia alcuna, che vogliono soddisfare feroci passioni ataviche senza ideologia alcuna. E anche la naturale reazione a ciò assume spesso, disgraziatamente, caratteri frenopatici. È il regime del terrore. La Spagna è spaventata da se stessa. E se non si contiene per tempo, giungerà al bordo del suicidio morale. Se il miserabile governo di Madrid non ha potuto, né ha voluto resistere alla pressione del selvaggismo chiamato marxista, dobbiamo avere la speranza che il governo di Burgos avrà il valore di opporsi a coloro che vogliono stabilire un altro regime del terrore. […] Insisto nel sacro dovere del movimento gloriosamente capeggiato dal generale Franco: salvare la civiltà occidentale cristiana e l’indipendenza nazionale, perché la Spagna non deve sottostare al dettato della Russia né di nessun’altra potenza straniera quale che sia, dato che qui, in territorio nazionale, si sta scatenando una guerra internazionale. E un altro dovere è condurre ad una pace di convincimento e di conversione e ottenere l’unione morale di tutti gli spagnoli, per ristabilire la patria che si sta macchiando di sangue, dissanguandosi, avvelenandosi e instupidendosi. E per far ciò, impedire che i reazionari si portino, con la loro reazione, oltre i limiti della giustizia e persino dell’umanità, come a volte cercano di fare. Perché non è un cammino percorribile pretendere che si formino sindacati nazionali compulsivi, con la forza e la minaccia, obbligando le persone ad iscriversi in essi con il terrore […]. Sarebbe cosa ben triste desiderare che il barbaro, anti-civile e inumano regime bolscevico venisse sostituito da un barbaro, anti-civile e inumano regime di servitù totalitaria. Né l’uno né l’altro, perché in fondo sono la stessa cosa… In questo momento critico del dolore di Spagna, so che devo seguire i soldati. Sono gli unici che ci restituiranno l’ordine. Sanno cosa significhi la disciplina e come imporla. No, non mi sono convertito in un destrorso. Non faccia caso a quel che dice la gente. Non ho tradito la causa della libertà. È che, per adesso, è assolutamente essenziale che l’ordine sia ristabilito. Un giorno qualsiasi, però, mi alzerò – presto – e mi lancerò alla lotta per la libertà, io, da solo. No, non sono fascista né bolscevico; sono un solitario.»

Di fronte alla brutalità dei militari ribelli e alla feroce repressione, De Unamuno si dissocia pubblicamente. Il 12 ottobre del 1936, durante l’apertura dell’anno accademico. Alla fine del discorso ufficiale, De Unamuno, proseguendo a braccio, lancia una durissima invettiva contro i franchisti: “Ed ora sento un grido necrofilo e insensato: -Viva la morte!- Ed io che ho trascorso la mia vita a creare paradossi che suscitavano la collera di coloro che non li afferravano, io devo dirvi, come esperto in materia, che questo barbaro paradosso mi ripugna…Questo è il tempio dell’intelletto. E io ne sono il sommo sacerdote. Siete voi che profanate il sacro recinto. Voi vincerete perché avete la forza bruta. Ma non convincerete. Perché, per convincere, bisogna persuadere. E per persuadere occorre proprio quello che a voi manca: ragione e diritto nella lotta. Io considero inutile esortarvi a pensare alla Spagna. Ho finito”. A questo risponde brutalmente il generale Millán-Astray gridando “A me la Legione”, “viva la Morte!” (motto della Legión Española) e “abbasso l’intelligenza!”. Unamuno risponde “Viva la vita!”. Il 22 ottobre, Franco firma il decreto di destituzione del rettore De Unamuno. Arresti domiciliari in disperazione e solitudine.

Il 21 novembre, scrive a Lorenzo Giusso:

«La barbarie è unanime. È il regime del terrore per antrambe le parti. La Spagna ha spavento di se stessa, orrore. È esplosa la lebbra cattolica e la anticattolica. Ululano e chiedono sangue gli huni e gli haltri. Eccola la mia povera Spagna: si sta dissanguando, rovinando, avvelenando e instupidendo…»

Il 31 dicembre del 1936 muore d’infarto. I falangisti, con cinico calcolo politico, lo celebrano al funerale come un loro eroe.

Modello ideale Don Chisciotte, incarnazione idealistica. Forti istanze religiose, preoccupazioni per il destino della Spagna, rifiuto del razionalismo. Del sentimiento trágico de la vida. Teatro greco in chiave moderna, da Fedra a Medea. Calderon, La vita è sogno. Coscienza agonica, insoddisfatta, dolorosa… vorrebbe essere tutto ma è costretta dai limiti spaziali e temporali al proprio niente. Da qui il sentimento tragico della vita e l’inconsistenza ontologica. Compito della fede è credere oltre ogni dubbio ed evidenza. Kierkegaard e Pascal sopra tutti, ma forti accenti spinoziani non mancano in un ateo che non perde interesse per il problema religioso. Incertezza e non rassegnazione di fronte alla Morte. Quando Don Chisciotte diviene cavaliere, acquista tutte le virtù: ecco la verità. Chisciottismo accettazione della tradizione spagnola contro la ragione, esaltazione di un sogno immobile, atemporale. Consapevole accettazione dell’allucinazione in risposta all’inutile verità scientifico-razionale.

Un uomo solo e coraggioso.

J.V.