MICHEL ELTCHANINOFF, NELLA TESTA DI VLADIMIR PUTIN

MICHEL ELTCHANINOFF, NELLA TESTA DI VLADIMIR PUTIN

Un’analisi delle fonti culturali del potere putiniano «Il Cremlino si ispira a una retorica che oppone il mondo nel libro del caporedattore di Philosophie Magazine occidentale in deliquescenza alla civiltà di Mosca»
Ideologia tossica e parole armate
Intervista al filosofo e saggista, autore di «Nella testa di Vladimir Putin», in libreria per e/o

Il leader russo racconta da tempo una storia di umiliazione, vendetta e salvezza
per il proprio popolo. La guerra muove da lì

Il Filosofo, saggista, già docente alla Sorbona, caporedattore di Philosophie Magazine, nato a Parigi in una famiglia di origine russa, Michel Eltchaninoff analizza da tempo sia il montare delle nuove destre in Europa, ha dedicato un libro alle idee di Marine Le Pen, che l’evoluzione della politica e della cultura di Mosca, ha scritto di Dostoevskij, del «cosmismo» sovietico e delle guerre di Putin. Grazie alle edizioni e/o arriva ora in Italia in una nuova versione aggiornata il suo Nella testa di Vladimir Putin (pp. 162, euro 15, traduzione di Alberto Bracci Testasecca), uscito in Francia nel 2015: un volume prezioso che analizza minuziosamente le radici culturali di cui si nutre l’ideologia del Cremlino. E ora anche la guerra condotta dai russi in Ucraina.

Dal libro emerge il ruolo centrale che l’opera del filosofo Ivan Il’in, zarista e ammiratore di Mussolini e Hitler ha nell’ideologia putiniana. Come si concilia con le recenti celebrazioni della vittoria sul nazismo nella Seconda guerra mondiale e il tentativo di presentare l’invasione dell’Ucraina come «denazificazione»?

Il’in fu un pensatore visceralmente anticomunista che, cacciato dalla Russia all’inizio degli anni Venti, si trasferì in Germania dove visse, e incoraggiò, l’ascesa al potere del nazismo in Germania. Putin cita spesso Il’in per esaltare quella che ho definito come «democrazia dell’acclamazione», il sistema vigente in Russia e che in realtà è una pseudo-democrazia. Allo stesso modo, utilizza il pensiero del filosofo che riteneva che la Russia fosse minacciata dai Paesi occidentali gelosi della sua originalità, della sua potenza e del suo primato «morale»: toni che evocano le retoriche putiniane contro l’Occidente. Accanto a questi elementi, emerge poi la nostalgia di Putin per la grandezza sovietica, come evocato nuovamente il 9 maggio nelle celebrazioni a Mosca. Il fatto che possa citare allo stesso tempo il pensatore della Russia Bianca Il’in e la «gloria» dell’Urss, dimostra quanto Putin abbia un approccio pragmatico alle fonti culturali che utilizza. L’importante, secondo lui, è che tutti questi riferimenti convergano nelle accuse verso un Occidente considerato tanto decadente quanto minaccioso.

Fu Stalin a trasformare le celebrazioni della «Grande guerra patriottica» in un mito che più che sull’antifascismo faceva leva sul patriottismo, sulla difesa del Paese dalle minacce esterne: un tema che in Urss assunse un ruolo di primo piano anche nella Guerra fredda. Quale il debito simbolico di Putin verso l’Urss e soprattutto Stalin?

Putin è molto critico nei confronti di Lenin – come ha ribadito alla vigilia dell’invasione spiegando che il leader bolscevico aveva aperto la strada alle rivendicazioni degli ucraini perché riteneva che ogni repubblica dell’Urss avesse diritto all’indipendenza -, come verso il marxismo e l’idea stessa di rivoluzione. Al contrario, pur criticando le repressioni di Stalin, da anni sta contribuendo a riabilitarne la figura. Difende il suo ruolo internazionale negli anni Trenta e Quaranta, giustifica il patto tedesco-sovietico del 1939 e gli accordi di Yalta. Implicitamente, coltiva l’immagine di Stalin come un uomo dal pugno di ferro che resistette all’Occidente. E celebra il suo ruolo nella «Grande Guerra Patriottica». In Stalin, le cui statue e targhe commemorative si moltiplicano in Russia, anche perché agli storici è vietato lavorare su quel periodo della storia nazionale, Putin vede una figura che sintetizza le ambizioni imperiali della Russia, la difesa del Paese contro il resto del mondo. Stiamo perciò assistendo, con il sostegno di Putin, a una strisciante riabilitazione dello stalinismo. Del resto, lo scioglimento da parte delle autorità di Memorial, l’associazione che indaga sui crimini di Stalin, è il segnale più lampante di questa tendenza.

Lei spiega come Putin stia creando un repertorio ideologico che sostiene il ritorno della Russia alla grandezza perduta. Si intrecciano nostalgie zariste e sovietiche e il recupero di filosofi di estrema destra. Quali temi e idee tengono insieme le «ultime generazioni» degli slavofili con Dugin e il patriarca Kirill?

I cosiddetti slavofili di seconda generazione, nella seconda metà dell’800 teorizzavano una singolarità assoluta della Russia in relazione a un’Europa persa nel suo legalismo, nel laicismo, nell’oblio del passato, nella mediocrità borghese. Difendevano le specificità russe legate alla confessione ortodossa, alla comune contadina, a una visione «altra» del mondo, in fondo. I pensatori eurasiatici degli anni Venti, invece, ritenevano che la
Russia formasse, con il suo immenso territorio asiatico, un’entità geografica, linguistica e di civiltà distinta dall’Europa «romano-germanica». Per costoro, i popoli slavo e turco, le religioni cristiana ortodossa e musulmana formavano «una sinfonia» staccata dalla decadenza occidentale. Ma se i presupposti sono diversi, da allora sono emerse delle sintesi. Alexander Dugin, ad esem- pio, mescola i classici riferimenti eurasiatici con le teorie contemporanee di estrema destra, per incoraggiare una lotta finale tra l’«impero della terra» eurasiatico contro l’«impero del mare» anglosassone, sulla scorta delle tesi di Carl Schmitt. Quanto al Patriarca Kirill, che sostiene la guerra in Ucraina, si dice difensore di una «spiritualità» propria del «mondo russo» e della «tradizione familiare», cioè eterosessuale. Anche in questo caso, diverse linee ideologiche si uniscono sotto la bandiera della grande lotta di civiltà finale tra la Russia e un Occidente che si sarebbe perso nella «teoria del genere» e nel «wokismo». E Putin riprende e sintetizza queste diverse cor- renti. Nel suo discorso del 9 maggio sulla Piazza Rossa, ha detto: «Siamo un Paese diverso. La Russia ha un carattere diverso. Non abbandoneremo mai l’amore per la Patria, la fede e i valori tradizionali, i costumi dei nostri antenati, il rispetto di tutti i popoli e di tutte le culture. Ma l’Occidente ha deciso di rifiutare questi valori millenari. Tale degrado morale ha consentito ciniche falsificazioni della storia della Seconda guerra mondiale, incitando alla russofobia».

Il ritorno del ruolo imperiale della Russia sembra legato anche ad una precisa visione della società e del sistema politico, ciò che l’ex consigliere di Putin Vladislav Surkov ha definito «democrazia sovrana», un modello anti-liberale che fa apparire come legittima l’assenza di libertà e di contropoteri in virtù della specificità culturale del Paese.

Fin dall’inizio degli anni 2000, Putin ha definito un altro modello politico per un’«altra» Russia:
ciò che si è impegnato a costruire è un potere segnato all’estremo dalla personalizzazione – con un culto della sua immagine virile da ragazzaccio – e che si proietta in un tempo lungo. In nome delle «specificità» russe ha ridotto l’autonomia degli enti locali, ha falsificato il processo democratico, mettendo al bando i movimenti di opposizione e controllando i media. Per proteggere i suoi privilegi e il suo arricchimento illegale, così come quello dei suoi parenti e sodali, ha svuotato di significato la democrazia e ha cambiato la costituzione, ora ha la possibilità di rimanere alla guida del Paese fino al 2036. Non si tratta più di mandati presidenziali, ma di un regno, che passa attraverso la violenza politica all’interno – come testimoniano il tentato omicidio e l’incarcerazione di Aleksej Navalny -, la propaganda e la guerra all’esterno.

A conclusione della sua indagine, lei esprime una valutazione molto chiara, vale a dire che l’intero «sistema» poggi su due pilastri: «l’idea di impero e l’apologia della guerra». Cosa rappresenta in questa prospettiva l’invasione dell’Ucraina e si può dire che la guerra sia uno degli esiti del pensiero che si è andato affermando al Cremlino?

Quando, nel 2015, ho scritto la prima versione del libro avevo già notato il profilo imperialista e bellicoso delle idee di Putin. Non dimentichiamo infatti che l’esercito russo ha privato la Georgia del 20% del suo territorio nel 2008 e che Mosca ha annesso illegalmente la Crimea ucraina nel 2014 e da allora ha sostenuto la guerra dei separatisti del Donbass. Il discorso che accompagna queste violazioni del diritto internazionale si basa sulla difesa dei russofoni provenienti da Paesi diversi rispetto alla Russia, cristiani ortodossi, popolazioni che si dice facciano parte dell’Eurasia. Putin ha pazientemente predisposto possibili punti critici che gli consentano di intervenire, militarmente, attraverso la propaganda, l’influenza, la destabilizzazione, in moltissime parti del mondo: regioni di lingua russa.
Perciò, anche la guerra che sta conducendo oggi in Ucraina rientra nella stessa logica politica e ideologica che ha cominciato a tracciare circa un ventennio fa. Questo conflitto era quindi davvero prevedibile, anche se la sua portata ha sorpreso e sconvolto il mondo. E poiché si inscrive in una retorica che oppone una civiltà salvatrice, quella del mondo russo o eurasiatico, e un mondo occidentale in deliquescenza e in preda alle sue contraddizioni interne, ha poche possibilità di fermarsi rapida- mente e di limitarsi all’Ucraina. Putin racconta una storia di umiliazione, vendetta e salvezza per il suo popolo e per il mondo intero. E appare del tutto prigioniero di questa sua retorica.

GUIDO CALDIRON, Il Manifesto, sabato 14 maggio 2022

Nato nel 1969 in Francia da una famiglia di origini russe, giornalista, saggista, Eltchaninoff ha insegnato alla Sorbona ed è caporedattore di Philosophie Magazine.
Vale la pena leggerlo per comprendere il pensiero conservatore e fondamentalmente nazional-militarista di Putin, il cosmismo e le sue inquietanti analogie col transumanesimo.
“Tutto il mondo, i processi meteorologici, tellurici e cosmici, ricadranno sotto la responsabilità dell’uomo, e la natura sarà il suo lavoro. L’uomo è spinto verso quest’obiettivo dalla fame, dalle malattie e da altre calamità, in modo che ogni volta che ritarda ad espandere l’area di applicazione del lavoro, la portata dei disastri si amplia. Così la natura punisce l’uomo con la morte per la sua ignoranza e la sua pigrizia, e lo spinge ad espandere sempre di più la sua attività lavorativa.” (Nikolaj Fëdorov)
Per l'”opera comune” di Fëdorov il principale nemico da abbattere è la morte, “nemico laico” dello sviluppo umano. Egli crede nella resurrezione e vede nella conquista non predatoria della Natura l’opera comune dell’umanità in funzione anticapitalista.
E poi Aleksandr Dugin, barba da pope e sguardo spiritato, con il suo “strano miscuglio di eurasismo e dottrine legate all’estrema destra” (René Guenon, Julius Evola). Ovviamente sono tutti autori che lo zar russo si fa raccontare non avendo il tempo materiale di leggerli in modo serio. Di fatto una revanche ideologica nazional-populista antagonista al modello globalizzante anglo-americano. In questo modo Vladimir Putin si erge a comandante in capo della crociata contro ateismo, tecnologie, libertarismo sessuale e quanto di più nefasto a suo giudizio provenga dal famigerato Occidente e dalla Modernità capitalistica. E quindi va giù di brutto con Patria, Famiglia, Virilità, Natalità, Religione…
E così attrae i sovranisti, i trumpisti e vede nell’invasione dell’Ucraina la chiusura del cerchio. Come scrive Eltchaninoff “L’invasione dell’Ucraina chiude il cerchio della storia di un presidente che voleva sbarazzare la società dal peso dell’ideologia e ne ha ricostituita un’altra”.
Insomma i peggiori mali del Novecento ritornano come gli zombie de “La notte dei morti viventi” di George Romero. E intanto incombe il rischio di un conflitto atomico…

J.V.