Lo sterminio degli ebrei e la voglia di dimenticare. Capitolo 2.1/2

Capitolo secondo

L’antisemitismo

La collera di Dio scaturirà come

un fuoco che niente e nessuno potrà spegnere                                                                                     (Martin Lutero)

2.1. Le tappe dell’odio antiebraico

La parola “antisemitismo” risale circa al 1875, ma la cosa è molto più vecchia. La storia dell’antisemitismo si può suddividere in tre grandi fasi. La prima, che va dall’età antica fino al secolo XIX; la seconda che va grosso modo dall’età della Restaurazione all’avvento del nazismo; la terza va dallo sterminio nazista ad oggi. Nella prima fase, a partire dal IV secolo d.C., l’antisemitismo si fonda generalmente su motivazioni religiose; nella seconda, è l’aspetto etnico e razziale che prende il sopravvento; nella terza troviamo l’indicibile orrore dello sterminio e, poi, la perdita di memoria storica di quell’orrore.

La prima ondata d’antisemitismo risale all’antica Roma. Già dal III secolo a.C. gli ebrei avevano iniziato la migrazione dalla Palestina verso l’Egitto, la Grecia e l’Italia, ma essa s’intensificò intorno al 70 d.C. con la repressione della prima ribellione contro Roma, e poi soprattutto con quella della seconda ribellione del 132, quando più d’ottocentomila ebrei furono massacrati e i sopravvissuti costretti a disperdersi per l’impero. È da questa data che il popolo ebreo è considerato privo di patria.

Nel I secolo d.C. fiorenti comunità ebraiche si trovano a Roma e ad Alessandria; queste comunità assolvono un’importante funzione economica e quindi sono tollerate e spesso protette dalle autorità imperiali. A Roma e nelle principali città dell’occidente l’antisemitismo è poco diffuso, anche perché la natura del paganesimo è tollerante e l’impero romano multinazionale. Tuttavia un certo disprezzo per gli ebrei compare nelle classi superiori dell’impero. Orazio li prende in giro per le loro pratiche religiose; Tacito li disprezza per la loro presunta sensualità; Seneca li definisce odiatori del genere umano. Si tratta però di un misto d’insofferenza per il separatismo della loro vita, d’incomprensione per l’essenza della loro religione, di curiosità per i loro riti. Curiosità che del resto i Romani soddisfacevano con le interpretazioni più superficiali e stravaganti: è lo stesso Tacito ad assicurarci che gli ebrei adorano un asino, mentre Plinio il Vecchio afferma che essi possono mangiare solo pesce senza scaglie, il contrario di quanto si legge nella Bibbia.

Nel IV secolo d.C., il Cristianesimo diventa religione ufficiale dell’impero e alla tolleranza pagana, si sostituisce l’intolleranza cristiana. I cristiani, del resto, già quando si accingevano a conquistare alla loro fede il mondo romano, avevano avuto interesse a scindere completamente le loro posizioni da quelle degli ebrei, per la scarsa fama che costoro avevano presso le classi alte. Senza contare che ai cristiani conveniva scaricare sulla minoranza ebraica la responsabilità dell’uccisione di Gesù, liberandone con ciò stesso le autorità imperiali. Non contava che la maggior parte degli ebrei vivesse già da vari secoli fuori d’Israele al momento della crocifissione, che la condanna fosse stata pronunciata da un magistrato romano, eseguita da soldati romani, con un supplizio – la crocifissione – tipicamente romano (gli ebrei usavano la lapidazione). Trasferendo sugli ebrei l’accusa di deicidio, si otteneva il duplice vantaggio di accattivarsi le simpatie romane e di combattere il proselitismo ebraico.

I secoli dal IV all’XI sono stati per gli ebrei un’epoca di sviluppo e di crescita. Agli ebrei è consentito, nonostante le discriminazioni, conservare i propri costumi e la propria religione. La quasi totale scomparsa dell’eco-nomia di mercato e il ripiegamento verso l’autoconsumo esaltavano la funzione commerciale degli ebrei. Essendo gli unici a disporre di riserve monetarie, possono iniziare ad associare all’attività di scambio quella del prestito, tanto che ben presto la loro presenza è considerata indispensabile in tutta l’Europa occidentale. L’antisemitismo è perciò limitato ad episodi generati dal desiderio dei nobili di appropriarsi delle loro ricchezze. La situazione muta però col secolo XII perché nell’Europa occidentale, soprattutto in Francia e in Italia, rifioriscono le attività commerciali e contro gli ebrei si indirizza, oltre all’antico odio nobiliare, la gelosia dei nuovi ceti borghesi, il tutto mascherato con motivazioni religiose e aizzato dallo spirito di crociata: saccheggi e spoliazioni sono il risultato della nuova situazione. Estromessi dai grandi commerci, gli ebrei devono ripiegare sul piccolo commercio e sull’usura: mentre nell’alto Medioevo gli ebrei prestavano denaro ai sovrani e alla nobiltà, ora lo prestano ai contadini e al popolo minuto delle città, il che porta ad un rapido deterioramento della loro immagine. E’ così che la parola ebreo diventa quasi sinonimo di usuraio.

L’aggravarsi delle persecuzioni antiebraiche coincide con il movimento delle crociate. Già nel 1096 avvengono massacri nella zona renana in concomitanza con il passaggio dei crociati. Dal XII secolo la persecuzione diviene sistematica: l’ebreo è considerato un essere impuro, la cui presenza contamina la comunità e mette in pericolo beni materiali e spirituali dei buoni cristiani. Questa paura mista a repulsione genera turpi leggende sugli ebrei come quella dell’omicidio rituale di bambini. Avvelenano i pozzi, compiono misfatti di ogni genere e, in sintesi, complottano con i nemici della cristianità.

L’odio per gli ebrei è spesso vantaggioso per il potere politico perché fornisce un capro espiatorio contro il quale sfogare il malessere sociale. Intorno al 1144, l’abate di Cluny Pietro il Venerabile compila uno scritto contro gli ebrei, di carattere convenzionale, tranne la parte finale del testo che sarà il primo attacco diretto al Talmud; circa cent’anni dopo, nel 1242, Luigi IX, il Santo, darà alle fiamme venti carri pieni di copie del Talmud a Parigi. La rivalità tra cristianesimo e giudaismo è decisiva: quando la capacità esegetica della Chiesa viene meno e la teologia diviene pura scienza aalontanandosi dalle Scritture, gli ebrei si ricollegano al testo sacro e alle tradizioni viventi del giudaismo; da allora, l’odio intimo e privato dei cristiani prende il sopravvento sul disprezzo malcelato e questa svolta è l’atto di nascita del nuovo antisemitismo medievale.

Intorno al 1300 tanto la Francia quanto l’Inghilterra espellono gli ebrei. Gli ebrei scacciati si dirigono verso l’Europa orientale, specialmente la Polonia, i cui re, che hanno bisogno del loro talento finanziario, concedono loro importanti privilegi. Dopo il 1350 esistono in Polonia più di sessanta comunità, fondate in gran parte da immigrati tedeschi. Gli ebrei polacchi sono dunque il risultato dell’immigrazione dall’ovest e fanno parte di una comunità più vasta che è quella degli ebrei askenaziti, che vivevano o erano originari dei territori germanofoni del Sacro Romano Impero.

Rispetto alla Germania, dove l’odio religioso, portato al parossismo dalla Peste nera, provoca manifestazioni molto violente, la Polonia sembra un luogo sicuro. Gli ebrei dicono a questo proposito, ancora nel XVI secolo, che “l’ostilità non li ha assolutamente sopraffatti come nei paesi di Germania…”. L’evoluzione demografica degli Ebrei di Polonia è collegata a significativi cambiamenti nella loro attività economica: in Germania erano specializzati nelle operazioni di credito, in Polonia si dedicano piuttosto ad attività quali il commercio e l’artigianato. Eccoli, dunque, pronti per la colonizzazione delle regioni di frontiera, dove sono fondate numerose nuove città con una popolazione a maggioranza ebraica; ma anche esposti alla crescente ostilità dei cittadini delle antiche città del nord-ovest del regno, che li spinge verso est.

In occidente il periodo che segue la Peste Nera è caratterizzato da una successione di espulsioni, di supplizi e carcerazioni collettive. Ma la necessità di ricostruzione porta le città stesse che hanno cacciato gli ebrei a richiamarli, sebbene a condizioni sempre gravose e spesso umilianti. Poi, riprendono le espulsioni, che diventano, come i pogrom (in russo significa temporale), una minaccia sempre incombente sul popolo ebraico.

Bisognerà aspettare la fine del XVI secolo perché si verifichi quell’inversione di tendenza che renderà possibile il ritorno degli ebrei anche nell’Europa occidentale. Il “richiamo degli ebrei” assume più cospicue dimensioni dopo il 1650: in Inghilterra, gli ebrei sono riammessi ufficialmente; in Francia, sono confermati i privilegi degli ebrei di Metz, poi estesi agli ebrei di Alsazia. L’Europa centrale, distrutta dalla guerra dei Trent’anni, ha bisogno delle capacità economico-finanziarie degli ebrei per ricostruire le città. Dopo il 1672, le operazioni di fornitura agli eserciti dei paesi coalizzati contro Luigi XIV, dall’Olanda all’Austria, servono come trampolino per la scalata sociale degli “ebrei di corte”. Il XVII secolo vede diverse manifestazioni di quel nuovo fenomeno che è il filosemitismo. I propugnatori del mercantilismo attribuiscono agli ebrei qualità collettive di lavoro e di risparmio che sperano si diffondano. Le élites intellettuali manifestano una viva curiosità per tutto ciò che riguarda il giudaismo e la sua storia post-biblica: si stringono relazioni amichevoli tra studiosi ebrei e cristiani, cosa che non succederà più nel secolo successivo.

Tra la fine del Settecento e gli inizi del secolo successivo gli ebrei, sia per opera dell’Illuminismo, sia per la spinta decisiva della Rivoluzione francese, abbandonarono un po’ dovunque i ghetti per entrare a far parte della civiltà europea. “La Francia… è la nostra Palestina, le sue montagne sono il nostro Sion, i suoi fiumi il nostro Giordano. Beviamo l’acqua delle sue sorgenti; è l’acqua della libertà…!” scriveva nel 1791 un ebreo parigino ed è chiaro il motivo del suo entusiasmo, visto che l’Assemblea Costituente, il 27 settembre 1791, aveva votato la piena emancipazione degli ebrei. Sovente, la decisione legale ha chiuso un faticoso percorso d’integrazione economica e sociale; in qualche occasione l’emancipazione ha anticipato la rinuncia definitiva alla società ebraica tradizionale. Così l’uguaglianza dei diritti rappresenta il naturale complemento di un’ideologia liberale universalistica, i cui principi, riassunti nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, non ammettevano eccezione alcuna. Stanislao di Clermont-Tonnerre nel suo celebre discorso all’Assemblea del dicembre 1789 sostiene:

“Non c’è via di mezzo: o ammettete una religione nazionale, sottomettendole tutte le leggi, l’armate di spada temporale, allontanate dalla vostra società gli uomini che professano un altro culto; e allora cancellate l’articolo X della vostra Dichiarazione dei diritti, o piuttosto permettete ad ognuno di avere una propria opinione religiosa e non escludete dalle funzioni pubbliche coloro che usufruiscono di questa concessione… Bisogna rifiutare ogni cosa agli ebrei in quanto nazione e concedere tutto agli ebrei in quanto individui…”

L’emancipazione è diffusa in Europa dalle armate della Rivoluzione. Sia essa il risultato di una scelta come in Francia, importata e imposta come in Italia e in Germania, o frutto di una faticosa maturazione come in Austria-Ungheria, l’emancipazione non è in alcun caso un percorso privo di sofferenze. Molti guardano con diffidenza la nuova posizione raggiunta dagli ebrei. Il Congresso di Vienna metterà fine alle speranze aperte con la rivoluzione, anche se ormai il mondo occidentale è divenuto liberale. Condizione della modernità è l’uguaglianza, ma per gli ebrei non sarà così, visti i risultati del XX secolo.

2.2. L’antisemitismo nell’età dell’emancipazione

L’interesse per la storia, tipico del Romanticismo, attirò l’attenzione di molti studiosi sull’origine dei popoli. In questo contesto svolse un ruolo importante Iohann Gottfried von Herder, attraverso la sua esaltazione della giovinezza di un popolo. Herder esaltò il Volksgeist (spirito del popolo), sostenendo che esso trovasse espressione nelle mitologie, nei canti e nelle fiabe: in questo modo Herder si presentò come il portatore di un nuovo pensiero che contrastava il razionalismo illuminista. Nel contesto della classificazione razziale, si svilupparono due teorie sulla nascita della razza: poligenismo e monogenismo. I poligenisti sostenevano che la razza bianca discendesse da Adamo, mentre la nera avrebbe avuto la sua origine da eventi che non erano in relazione con la creazione; invece, secondo i monogenisti la razza era da considerarsi una mutazione casuale. Gli stereotipi degli antropologi, dei frenologi e dei fisiognomici si legarono al risveglio della coscienza nazionale e ciò sarebbe confluito, verso la metà del XIX secolo, nella sintesi tra nazionalismo e razzismo.

Nonostante Herder fosse un uomo dell’epoca dell’illuminismo e non fosse assolutamente animato da pensieri razzisti, il suo Volksgeist, nel quale tra le altre cose esaltò lo spirito e le caratteristiche fisiche dei Tedeschi, servì in seguito per definire le qualità innate della razza tedesca. Già negli anni della Restaurazione era evidente che la teoria razziale sarebbe entrata nella coscienza nazionale e che lo studio della lingua le avrebbe aperto la strada. Friedrich Schlegel, nel 1808, con la sua opera Sulla lingua e la sapienza degli indiani avanzò una teoria sulle origini dei popoli ariani fondata sui dati – in parte assodati, in parte solo supposti – della linguistica. Secondo Schlegel, gli ariani, portatori di una civiltà superiore, sarebbero migrati dall’India verso l’Europa settentrionale dando vita ai popoli germanici. Le teorie di Schlegel furono portate avanti da Christian Lassen (indianista tedesco vissuto tra il 1800 e il 1876, esperto di sanscrito) con la sua monumentale opera Antichità Indiane, dalla quale i razzisti avrebbero tratto tutti gli argomenti in favore della presunta superiorità degli ariani sui semiti (ebrei e arabi).

In un libello pubblicato nel 1873, Der Sieg des Judentums über das Germanentum (La vittoria del giudaismo sul germanesimo), l’agitatore politico tedesco Wilhelm Marr utilizzava per la prima volta il termine antisemitismo. Benché fortuita, la coincidenza tra l’apparizione di questo vocabolo e ciò che si può considerare l’inizio dell’antisemitismo moderno, non è per questo meno simbolica. Sui comportamenti antiebraici tradizionali, con le loro componenti cristiane, presenti in tutti gli strati della società europea e soprattutto nelle popolazioni contadine s’innestano ormai nuovi temi. Ciò vale per l’Europa centrale e occidentale, ma anche e soprattutto per quella orientale e balcanica. E’ dunque nei paesi e nei settori sociali in via d’industrializzazione e di rapida urbanizzazione che, sostituendo, ma non del tutto, il vecchio antigiudaismo, l’antisemitismo moderno trova la propria espressione. Il moderno antisemitismo risulta però dalla convergenza di più fattori: socio-economici, culturali e politici. Anche il processo d’integrazione degli ebrei dell’Europa occidentale, e poi centrale, ha la sua importanza. La crescente presenza degli ebrei nei grandi centri urbani, la loro rapida ascesa sociale, la loro presenza nelle libere professioni, nella finanza, nella stampa e nelle arti, così come nei movimenti politici di sinistra, suscitano violente reazioni. Ma queste reazioni sono esacerbate da fantasmi privi d’ogni realtà: la minoranza ebraica, che spesso rappresenta meno dell’1% della popolazione nazionale, è vista come una forza occulta, che manipola tanto il capitalismo quanto la rivoluzione per meglio consolidare il proprio dominio sui popoli. Questo è il tema di La France Juive del cattolico Edouard Drumont, del 1886, o, prima e a sinistra, dell’opera pioniera del fourierista Alphonse Toussenel, Les Juifs, rois de l’époque, del 1845.

Le manifestazioni dell’antisemitismo moderno si possono ricondurre a due gruppi principali. Il primo è quello in cui l’animosità contro gli ebrei mira a limitare la loro presunta influenza a favore d’altri gruppi (per esempio mira a colpire la finanza ebraica in difesa della finanza cattolica). Il secondo è quello dell’antisemitismo razzista, per il quale gli ebrei sono la razza distruttrice per eccellenza e la lotta tra ariani ed ebrei è inesorabile e spietata. La forza politica dell’antisemitismo razziale è irrilevante fino alla prima guerra mondiale, ma le sue argomentazioni penetrano a poco a poco negli strati sociali più diversi. La minaccia bolscevica, la disfatta tedesca, il caos economico che seguirà il primo conflitto mondiale, formeranno un terreno favorevole alla radicalizzazione dei temi antisemitici che rinasceranno, con una nuova forza, nell’ideologia nazista.

L’antisemitismo moderno, quale fenomeno di massa è prevalentemente piccolo-borghese. La crescita della grande industria e le ricorrenti crisi economiche hanno gettato la piccola borghesia in uno stato di perenne insicurezza; fra artigiani, impiegati e piccoli commercianti sono frequenti i casi di proletarizzazione o di declassamento economico e sociale. In queste circostanze, l’immissione sul mercato del lavoro degli ebrei – tradizionalmente dediti a professioni di tipo piccolo-borghese – che si realizza attraverso l’assimilazione delle comunità ebraiche dell’Occidente, e la contemporanea immigrazione massiccia dall’Europa Orientale, è sentita dalla piccola borghesia come un nuovo pericoloso attacco al proprio status: si crea così un terreno fertile per lo sviluppo dell’antisemitismo. Disposta potenzialmente all’antisemitismo, la piccola borghesia, non è però in grado, per le sue stesse caratteristiche di classe, di organizzare autonomamente massicce azioni in questo senso. Ma entrano a questo punto in gioco altre forze: i gruppi dirigenti politici ed economici più oltranzisti comprendono l’importanza che può assumere l’antisemitismo per sviare tensioni e conflitti sociali verso falsi obbiettivi.

Un teorico dell’antisemitismo fu Houston Stewart Chamberlain, ammiratore e poi genero del grande musicista Wagner, a sua volta nemico della razza ebraica. Chamberlain cerca di offrire un supporto filosofico all’antisemitismo, chiamando in causa Kant a cui attribuiva fantasiose dottrine: l’essenza delle cose posta al di là della ragione e dell’esperienza sarebbe la “religione germanica”, dominio dell’anima razziale ariana, che rendeva i tedeschi onesti, leali e industriosi. Dopo aver frainteso il povero Kant, confondendo la teoreticità gnoseologica del noumeno kantiano con la farneticante trascendenza dell’anima ariana, Chamberlain passava a Gesù, il quale diviene nella sua opera, il prototipo del profeta ariano, per la sua onestà, il suo amore, la sua pietà e il suo onore. I veri nemici dell’ariano a questo punto diventavano gli ebrei, poiché essi avevano uno spirito materialistico, privo di moralità. A parere di Chamberlain gli ebrei incarnavano il diavolo e i tedeschi rappresentavano il popolo eletto da Dio.

Anche in Francia il razzismo ebbe i suoi teorici. L’opera di Joseph-Artur de Gobineau, Saggio sull’ineguaglianza delle razze  umane, scritto nel 1853,  è la prima esplicita teorizzazione del razzismo moderno. Gobineau assume la classificazione tradizionale delle razze – la gialla, la nera e la bianca – che avrebbero prodotto ognuna una propria civiltà. La razza gialla, secondo Gobineau, sarebbe materialista, pedante, priva d’immaginazione e destinata a realizzarsi solo nel commercio e negli affari. Ai neri egli attribuisce caratteristiche ormai tradizionali nel pensiero razzista: scarsa intelligenza, ma sensi sviluppati all’eccesso. La razza bianca, invece, incarnerebbe l’amore per la libertà, il senso dell’onore, la spiritualità. Quanto agli ebrei, secondo Gobineau, si erano dimostrati una razza cui riusciva tutto quello che intraprendeva, un popolo libero, forte e intelligente di contadini e di guerrieri, che aveva espresso più uomini di cultura che mercanti. Niente ci autorizza dunque a ritenere Gobineau un antisemita, ma alla fine del secolo le sue idee furono dirette contro gli ebrei e ci si servì di lui per dimostrare la costante superiorità dei tedeschi, il che non era certo nelle sue intenzioni.

Le teorie del razzismo si diffusero in tutta Europa, Inghilterra compresa, dove l’amore per la libertà cominciò ad essere considerato peculiarità del ramo anglosassone del ceppo teutonico. Lo scozzese Robert Knox, nella sua opera Le razze degli uomini del 1850, afferma che “la razza è tutto e da essa dipende la civiltà”. Secondo lui i sassoni, alti, forti e atletici, erano “i più forti sulla faccia della terra”. Knox identificava il nemico nel popolo ebraico. Secondo lui gli ebrei erano brutti, non avevano capacità inventiva, e, contro ogni evidenza, li riteneva incapaci di amare l’arte, la musica e la letteratura. L’ebreo era visto come l’immagine deformata della borghesia: astuto, intrigante e usuraio.

Un importante contributo al pensiero razzista venne dal darwinismo. Charles Darwin non era per niente un razzista, ma delle sue teorie relative alla “selezione naturale” e alla “sopravvivenza del più adatto” s’impadronirono, fraintendendole, i razzisti che vollero applicarle a quei soggetti inesistenti che sono le razze. A costoro non faceva ostacolo quel che di grottesco c’era nella pretesa di trasferire i meccanismi biologici operanti in milioni di anni, di cui parla Darwin, alle vicende dell’uomo che si misura in secoli o al più in millenni.

Un colpo decisivo contro gli ebrei arrivò comunque dalla Russia zarista. La situazione legale degli ebrei di Russia varia, secondo gli umori del potere: un tradizionalista come lo zar Nicola I tende a confinare gli ebrei nella loro “zona di residenza” e interpreta l’integrazione come conversione al cristianesimo; un despota illuminato come Alessandro II vuole riformarli per meglio integrarli nell’economia dell’Impero. Comunque fino a metà del XIX secolo, l’odio verso l’ebreo attinge al tradizionale substrato cristiano; più tardi assume una connotazione moderna. Il ruolo degli ebrei nello sviluppo dell’economia capitalista, la loro penetrazione nelle regioni interne dell’Impero e la loro integrazione culturale, l’emergere delle ideologie radicali e dei movimenti nazionali: sono tutti fattori che si combinano per dare origine ad una potente corrente antisemita. La stampa, la letteratura, il dibattito politico sono intrisi di motivi antisemiti. L’ebreo parassita e sfruttatore dei contadini è una “verità” comunemente ammessa. Era facile e conveniente per lo zar e per i suoi burocrati deviare la rabbia contadina verso gli usurai ebrei prima e contro tutti gli ebrei poi. Il governo russo incoraggia le pubblicazioni antisemite anche se si astiene dal prendere misure apertamente antisemite. Le cose cambiano con l’assassinio di Alessandro II il 1° marzo 1881, ad opera dei terroristi di Zemlja i volja (Terra e libertà). Sommosse contro gli ebrei scoppiano ben presto nel sud-ovest della Russia, poi si propagano in Ucraina. Non si sa chi abbia preso l’iniziativa. Secondo alcune testimonianze, tutto è provocato da emissari del governo e della corte: sembra che gli ambienti conservatori della capitale cerchino di approfittare dell’assassinio dello zar per attaccare il movimento rivoluzionario russo. Il ministro dell’Interno Ignatiev spiega i moti come una reazione all’intromissione ebraica nel commercio e nell’industria. Alessandro III, deciso a “difendere la popolazione dallo sfruttamento ebraico”, impone agli ebrei severe restrizioni economiche con i regolamenti provvisori del 3 maggio 1882 – in vigore sino alla rivoluzione del 1917 – e con una serie di decreti discriminatori. L’antisemitismo – statale e popolare – è all’origine di nuovi violenti disordini sotto il regno dell’ultimo zar Nicola II. E’ questo il periodo in cui vedono la luce i cosiddetti Protocolli dei Savi di Sion, un falso, costruito a Parigi da agenti dell’Ochrana, la polizia zarista. Si tratta di un piccolo libro che si pretende scritto da un “grande vecchio” e indirizzato ad un’assem-blea di anziani. In ventiquattro brevi capitoli questo “grande vecchio” traccia le linee essenziali di un piano strategico per la conquista e il dominio del mondo. Ai “Savi” egli ricorda i successi conseguiti con secolare pazienza, la lenta penetrazione nella società europea e l’infinita astuzia con la quale l’ebraismo aveva corroso le nazioni più potenti del mondo. Complice di questi burattinai era la Massoneria, capace di infiltrare i propri seguaci nei gabinetti ministeriali e nei consigli di amministrazione. Secondo il “grande vecchio” il Serpente Simbolico avrebbe compiuto la prima tappa nel 429 a.C. nella Grecia di Pericle, divorando la potenza di quel paese; la seconda tappa a Roma, al tempo di Augusto; la terza a Madrid, al tempo di Carlo V; la quarta a Parigi al tempo di Luigi XIV; la quinta a Londra dopo la caduta di Napoleone; la sesta a Berlino dopo la vittoria prussiana sui Francesi; e infine la settima a Pietroburgo intorno al 1881. “Tutti questi stati che il Serpente ha attraversato sono stati scossi nelle fondamenta delle loro costituzioni, non eccettuata la Germania, malgrado la sua apparente potenza. Le condizioni economiche dell’Inghilterra e della Germania sono state risparmiate, ma solo fino a quando il Serpente non sarà riuscito a conquistare la Russia, contro la quale tutti i suoi sforzi sono concentrati attualmente. La corsa futura del Serpente non è disegnata su questa carta, ma delle frecce ci indicano il suo prossimo movimento verso Mosca, Kiev e Odessa. Sappiamo ora perfettamente che queste ultime città costituiscono i centri della razza ebraica militante.”

Dopo la Grande Guerra questo delirio poté apparire credibile ed anzi tristemente profetico a masse stravolte e disorientate dal conflitto e in cerca, come sempre, di capri espiatori. Non sarà dunque difficile far risalire la responsabilità dell’immane carneficina al “complotto” ebraico. Non erano forse ebrei, in maggioranza, anche i capi bolscevichi come Trockij, Kamenev, Zinov’ev, Radek, Joffe, Litvinov? Lenin e Stalin non lo erano, ma del primo si diceva che aveva sposato un’ebrea e che parlava Yddish con i figli, mentre il nome georgiano del secondo, Dzugasvili, significava in realtà “figlio di Giuda”. Poco importava che Lenin non avesse figli e che Stalin avesse studiato, tra i quindici e i diciannove anni, nel seminario ortodosso di Tiflis.

In realtà gli ebrei, allo scoppio della grande guerra, si erano affrettati ovunque a dimostrare la loro lealtà patriottica e avevano partecipato in massa allo sforzo bellico dei loro rispettivi paesi. Gli ebrei russi non avevano fatto eccezione e più di mezzo milione di loro aveva combattuto nelle armate dello zar. Lo stesso deve dirsi per gli ebrei tedeschi. Ciò nonostante sia in Russia sia in Germania gli ebrei furono accusati di sottrarsi al dovere patriottico. Nei due paesi vi furono anche in proposito inchieste ufficiali, i cui risultati non saranno però mai pubblicati. Fatto sta che alla fine della guerra, la grande maggioranza del giudaismo europeo deve affrontare un’ondata crescente di odio e di risentimento. In Germania, poi, nasce il mito della sconfitta quale conseguenza della “pugnalata alla schiena” inferta all’esercito tedesco, fra altri traditori, anche dagli ebrei.

(Da Nicolò Scialfa, Lo sterminio degli ebrei e la voglia di dimenticare, Roma, 2002)

J.V.

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