La vita e niente altro

La vita e niente altro

Verdun, due anni dopo la fine della prima guerra mondiale. Il Maggiore Dellaplane ha il compito ingrato e penoso di contare ed identificare i morti e i dispersi della spaventosa carneficina (più di trecentomila francesi morti e molti altri dispersi). Tra i parenti delle vittime giungono due donne: Alice, maestra, in cerca del fidanzato François, e Irene, ricca ed elegante borghese. La famiglia di Irene si è arricchita con la guerra ed insiste per il ritrovamento del corpo per tronfi motivi di orgoglio. Inoltre Dellaplane ha l’ordine governativo di trovare un cadavere “indubitabilmente francese” da seppellire sotto l’Arco di trionfo come Milite Ignoto. Il maggiore odia la guerra e i politici che l’hanno voluta ma lavora scrupolosamente affinché i morti vengano riconosciuti. Attorno a lui pullula una pletora di personaggi che per denaro si occupano delle pratiche burocratiche, di scultori più o meno famosi (ogni paese vuole il suo monumento ai caduti). Tra questi artisti Alice trova un nuovo innamorato anche perché Dellaplane le rivela bruscamente che l’uomo da lei cercato potrebbe essere già sposato. L’altezzosa Irene si trasforma a contatto col rude ma onesto e generoso maggiore. Si innamora. Purtroppo Dellaplane si ritrae intimidito e incapace di accettare la minima felicità. Non riesce a pronunciare le fatidiche tre parole. Le spoglie di un Soldat Inconnu vengono finalmente trovate e la macchina della retorica si mette in movimento. Dellaplane si congeda e vive come gentiluomo di campagna nella sua tenuta. Un giorno scrive una lettera ad Irene, residente ormai negli Stati Uniti, e trova la forza di pronunciare le tre parole.

Philippe Noiret e Sabine Azema sono semplicemente perfetti in un film sobrio, asciutto, dai colori sbiaditi, rispettosissimo della Storia. Quasi nulla è concesso al cuore, tutto alla testa. Ciò che oggi manca è la cifra di questo stupendo film: il malinconico, struggente pudore. Tavernier, regista intelligente, colto, fine e misurato.

J.V.