Heidegger

Heidegger

“Ogni provenienza è sempre un avvenire”. Alemanno. Selva Nera, Friburgo. Baita ai piedi del Feldberg. Uomo solitario e malinconico, amante del mondo contadino, legatissimo alla terra, vestito folkloristicamente. Odia la metropoli, rifiuta due volte la cattedra a Berlino. Eloquio frammentario e fascinoso ad un tempo. Conferenze affollatissime. Professore incantevole e incantatore. Maestro attento agli studenti, alle loro esigenze ed aspirazioni. Inizia come filosofo cattolico e sfida la Modernità. Abbaglio nazista e dolorosa parte finale dell’esistenza. Certo riesce difficile coniugare un grande pensiero con l’adesione alla cultura della morte, tipica dei nazisti. Riesce anche difficile credere ad una vera adesione al nazismo da parte di un uomo che dedica la sua opera maggiore all’ebreo Husserl e vive un intenso rapporto con una donna ebrea.

Salvato dalla stessa Arendt dopo la seconda guerra mondiale. Forse vittima della sua idealizzazione metafisica del nazismo. Persino il suo ex allievo detrattore Victor Farias ammette che Heidegger non fu mai antisemita. Safranski scrive che Heidegger si adopera per salvare alcuni studenti ebrei. Sicuramente è anticomunista e vede nel nazismo un baluardo contro il bolscevismo. Ciò non gli impedisce di apprezzare il materialismo storico di Karl Marx. Si può dire semplicemente che Heidegger, come altri pensatori, non possiede capacità di analisi politica equivalenti alle capacità filosofiche. Mancata risposta a Paul Celan. La sua sfiducia nella democrazia è sfiducia nella democrazia americana e nell’ipocrita “libertà economica” che non tiene conto delle radici di un popolo e della sua realtà storica. Così lo descrive Hannah Arendt “La tempesta che soffia impetuosa nel pensiero di Heidegger – simile a quella che ancora dopo millenni soffia nell’opera di Platone – non proviene da questo secolo. Essa proviene dai primordi, e ciò che lascia dietro di sé è qualcosa di compiuto che, al pari di ogni cosa compiuta, ritorna ai primordi”.

Essere e Tempo incompleto negli anni Venti, un’esplosione improvvisa nella sua produzione filosofica legata alla fenomenologia husserliana e neokantiana. Gigantomachia peri tes ousias, battaglia dei giganti intorno all’Essere. Problema astratto per chi non vuole impegnare il pensiero, abissale per chi intende accettare la lotta. Cos’è l’Essere? Come l’Essere si rende accessibile all’uomo che domanda? Soltanto l’uomo, non astratto, ma concreto nelle sue possibilità di progettazione esistenziale può interrogarsi. Rompe con la tradizione cartesiana che aveva relegato l’uomo in un artificioso isolamento, lo colloca nel suo essere-nel-mondo e nel suo-essere-con-altri. Irrompe nella totalità dell’ente. Trascendenza dell’esserci umano. Trascendenza non sovrasensibile ma nel senso che l’uomo supera ogni ente in direzione dell’Essere nell’orizzonte del comprendere, sentire, conoscere. Ek-sistenza che non indica il nudo esserci dell’uomo, la sua semplice presenza ma il reale ek-sistere, lo stare fuori da se stesso, lo stare nell’Essere già da sempre compreso. L’uomo non è presso se stesso, ma è soggiogato dal mondo; non è se stesso, ma ciò che “si”è; l’uomo è consegnato al “si”. Esso si lascia vivere in modo irriflessivo e illusorio, preda di Angoscia kierkegaardiana, schiacciato tra l’inevitabilità della morte e nullità del mondo. Angoscia distrugge ogni forma di occultamento e autoinganno. Coscienza è chiamata dallo spaesamento dell’esserci e strappa l’uomo dal quotidiano, dall’inautenticità, toglie il velo che cela la possibilità del proprio autentico Sé, un Sé che si realizza nella libertà, in una de-cisione essenziale. L’uomo diviene se stesso nella risolutezza pronta alla Morte e nell’accettazione del nulla della sua esistenza, diviene se stesso nel momento in cui decide di esistere non obbedendo ad una legge estranea, ma partendo dal proprio fondamento. Temporalità struttura fondamentale dell’esserci umano e conseguente reinterpretazione del concetto di tempo. Tempo non contenitore di avvenimenti, non oggettivo ma temporalità dell’esserci umano. Anticipazione della Morte… “La morte sovrasta l’esserci. La morte non è affatto una semplice presenza non ancora attuatasi, non è un mancare ultimo ridotto ad minimum, ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta. Ma all’esserci, come essere-nel-mondo, sovrastano molte cose. Il carattere d’imminenza sovrastante non è esclusivo della morte. Un’interpretazione del genere potrebbe far credere che la morte sia un evento che s’incontra nel mondo, minaccioso nella sua imminenza. Un temporale può sovrastare come imminente; la riparazione d’una casa, l’arrivo d’un amico, possono essere imminenti; tutte cose, queste, che sono semplici-presenze o utilizzabili o compresenze. Il sovrastare della morte non ha un essere di questo genere. […] La morte è una possibilità di essere che l’esserci stesso deve sempre assumersi da sé. Nella morte l’esserci sovrasta se stesso nel suo poter-essere più proprio. In questa possibilità ne va per l’esserci puramente e semplicemente del suo essere-nel-mondo. La morte è per l’esserci la possibilità di non-poter-più-esserci. Poiché in questa possibilità l’esserci sovrasta se stesso, esso viene completamente rimandato al proprio poter-essere più proprio. In questo sovrastare dell’esserci a se stesso, dileguano tutti i rapporti con gli altri esserci. Questa possibilità assolutamente propria e incondizionata è, nel contempo, l’estrema. Nella sua qualità di poter-essere, l’esserci non può superare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. Come tale è un’imminenza sovrastante specifica. […] Questa possibilità più propria, incondizionata e insuperabile, l’esserci non se la crea accessoriamente e occasionalmente nel corso del suo essere. Se l’esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità. […]. L’esser-gettato nella morte gli si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell’angoscia. Un’angoscia davanti alla morte è angoscia davanti al poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile. […] L’angoscia non dev’essere confusa con la paura davanti al decesso. Essa non è affatto una tonalità emotiva di ‘depressione’, contingente, casuale, alla mercé dell’individuo; in quanto situazione emotiva fondamentale dell’esserci, essa costituisce l’apertura dell’esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine. Si fa così chiaro il concetto esistenziale dei morire come esser-gettato nel poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile, e si approfondisce la differenza rispetto al semplice scomparire, al puro cessare di vivere e all’esperienza vissuta dei decesso. […] Un’interpretazione pubblica dell’esserci dice: “Si muore”; ma poiché si allude sempre a ognuno degli Altri e a noi nella forma dei Si anonimo, si sottintende: di volta in volta non sono io. Infatti il Si è il nessuno. […] Il morire, che è mio in modo assolutamente insostituibile, è confuso con un fatto di comune accadimento che capita al Si. Questo tipico discorso parla della morte come di un “caso” che ha luogo continuamente. Esso fa passare la morte come qualcosa che è sempre già “accaduto”, coprendone il carattere di possibilità e quindi le caratteristiche di incondizionatezza e di insuperabilità. Con quest’equivoco l’esserci si pone nella condizione di perdersi nel Si proprio rispetto al poter-essere che più di ogni altro costituisce il suo se-Stesso più proprio. Il Si fonda e approfondisce la tentazione di coprire a se stesso l’essere-per-la-morte più proprio. Questo movimento di diversione dalla morte coprendola domina a tal punto la quotidianità che, nell’essere-assieme, “i parenti più prossimi” vanno sovente ripetendo al “morente” che egli sfuggirà certamente alla morte e potrà far ritorno alla tranquilla quotidianità del mondo di cui si prendeva cura. Questo “aver cura” vuol così “consolare il morente”. Ci si preoccupa di riportarlo nell’esserci, aiutandolo a nascondersi la possibilità del suo essere più propria, incondizionata e insuperabile. Il Si si prende cura di una costante tranquillizzazione nei confronti della morte. In realtà ciò non vale solo per il “morente” ma altrettanto per i consolanti. […] Il Si non ha il coraggio dell’angoscia davanti alla morte. […] Nell’angoscia davanti alla morte, l’esserci è condotto davanti a se stesso in quanto rimesso alla sua possibilità insuperabile. Il Si si prende cura di trasformare quest’angoscia in paura di fronte a un evento che sopravverrà. Un’angoscia, banalizzata equivocamente in paura, è presentata come una debolezza che un esserci sicuro di sé non deve conoscere. […] Un essere-per-la-morte è l’anticipazione di un poter-essere di quell’ente il cui modo dì essere è l’anticiparsi stesso. Nella scoperta anticipante di questo poter-essere, l’esserci si apre a se stesso nei confronti della sua possibilità estrema. Ma progettarsi sul poter essere più proprio significa poter comprendere se stesso entro l’essere dell’ente così svelato: l’anticipazione dischiude all’esistenza, come sua estrema possibilità, la rinuncia a se stessa, dissolvendo in tal modo ogni solidificazione su posizioni esistenziali raggiunte.”

Esser-avanti-a-sé, esser-stato, esser-preso, costituìscono la temporalità dell’esserci umano. Sono estasi, modi in cui l’uomo sta fuori di sé e realizza la propria finitezza autentica.

Dopo Essere e Tempo, Heidegger affronta Anassimandro, Platone, Cartesio, Kant e, finalmente, Nietzsche. Con Fritz è lotta corpo a corpo. Affronta i poeti, da Hölderlin a Rilke, da Trakl a Benn. Interviene su Linguaggio e Tecnica, Arte e Umanismo. E qui la Svolta (Kehre): non si pensa l’Essere partendo dall’uomo ma si considera l’uomo e la realtà finita partendo dall’Essere. Pensiero in cammino e cammino del Pensiero. Uomo privato della posizione centrale tipica del soggettivismo moderno cartesiano ed esistenzialistico.

Anche la Tecnica appare come via sbarrata, come ultimo trionfo della soggettività perché grazie ad essa l’uomo si impadronisce dispoticamente del mondo. Tutto quindi dipende dall’Essere e l’uomo ad esso è sottomesso. L’uomo esiste nella misura in cui attraverso l’uomo può compiersi il divenire manifesto dell’essere. Essere è oscuro, non è Dio, non ha fondamento mondano, non è riducibile all’ente, non è oggettuale. Differenza ontologica tra Essere ed ente dimenticata dalla Metafisica occidentale a partire da Platone. Da questa caduta deriva il destino tragico dell’Occidente, la sua caduta nell’errare. Ente non è semplicemente presente, ma è il disvelato, ciò che sta nella luce, ciò che si manifesta. Essere è la radura (Lichtung) nel senso che dirada e lascia apparire l’ente. Il mondo diviene manifesto attraverso la scoperta del Niente… “Solo nella chiara notte dell’angoscia nasce l’originaria apertura dell’esistente in quanto tale: il fatto che esso è esistente — e non nulla. Ma questo «e non nulla» aggiunto da noi nel discorso non è una spiegazione successiva, ma ciò che rende preliminarmente possibile una qualsiasi evidenza dell’esistente. L’essenza del nulla originariamente mancante è nel fatto che esso porta l’esistenza anzitutto davanti all’esistente come tale. Solo sulla base dell’originaria evidenza del nulla l’«esserci» dell’uomo può accedere all’esistente ed entrarvi. Ma in quanto l’«esserci», secondo la sua essenza, è in rapporto con l’esistente che essa non è e con quello che essa è, essa proviene in quanto tale ogni volta già dal nulla evidente. Esistere significa: trattenimento nel nulla. Trattenendosi nel nulla l’«esserci» è ogni volta già oltre l’esistente nella sua interezza. Questo esser fuori oltre l’esistente lo chiamiamo trascendenza. Se l’«esserci» non trascendesse nel fondo della sua essenza, cioè adesso, non si tratterrebbe già da prima nel nulla, e allora non potrebbe mai essere in rapporto con l’esistente e dunque neanche con sé stessa. Senza un’originaria evidenza del nulla, nessun «sé», nessuna libertà. Con ciò è raggiunta la risposta alla domanda sul nulla. Il nulla non è né un oggetto né un esistente qualsivoglia. Il nulla non compare né per sé né accanto all’esistente al quale per così dire s’appiglia. Il nulla è per l’«esserci» umano la condizione di possibilità dell’evidenza dell’esistente in quanto tale. Il nulla non offre anzitutto il concetto contrario all’esistente, ma appartiene originariamente all’essenza stessa. Nell’essere dell’esistente avviene il mancare del nulla.”

Il Niente non è un soggetto metafisico ma un processo, l’accadere del farsi niente del niente. Con ciò Heidegger non perviene ancora all’Essere ma pone la domanda se il niente sia l’ultima cosa che l’uomo esperisce, e se, quindi, il pensiero approdi al nichilismo. La risposta è no! Il nichilismo, destino dell’uomo occidentale, non è luogo dove l’uomo possa soggiornare a lungo e ciò emerge dal l’essenza del niente, velo dell’Essere. Domanda ulteriore: dietro il niente si può scorgere l’Essere? Per Heidegger l’Essere possiede la stessa struttura fondamentale del niente, è un accadere, un evento che va compreso verbalmente. Un accadere comprensivo in cui l’ente e l’uomo divengono manifesti. L’Essere è svelatezza che accade, di compie e si illumina nel mondo in molti modi. Essere significa essere illuminati dall’Essere. L’Essere in quanto radura giunge all’uomo storico. Quindi anche l’Essere, come il niente, non vive grazie all’uomo ma agisce a partire da se stesso. Non è “artefatto” dell’uomo, è il vero soggetto nell’accadere del divenire manifesto del mondo. Si realizza per se stesso e porta in sé il proprio senso. Così nelle epoche storiche l’Essere rende manifesto sia l’ente, sia l’uomo nei modi più diversi. Storia dell’Essere. Per l’uomo contemporaneo si esprime in modo negativo perché esso si attiene unicamente all’ente e quindi l’Essere si mostra come scuotimento di ogni ente e spaesatezza. Destino piomba sull’uomo contemporaneo come essenza alienata dalla Tecnica. Essere dimenticato, oblio, abbandono. Epoca del nichilismo. Estremo oblio può essere superato. Non grazie all’uomo ma all’Essere stesso. L’uomo può soltanto attendere la chiamata, essere la sentinella dell’Essere e custodirlo nel linguaggio. Questo è il compito più alto per l’uomo. L’avvento dell’Essere non dipende dall’uomo ma si fonda sul destino stesso dell’Essere. L’attuale notte, notte della lontananza di Dio, può essere superata. Questa è la Speranza… che un nuovo Dio appaia nella luce dell’Essere. Qui si ferma il compito filosofico. Il Pensiero futuro non è filosofia. Pensiero raccoglie il linguaggio nel suo semplice dire. Occorre Pazienza… “ Una voce chiama da Seir in Edom: Sentinella! Quanto durerà ancora la notte? E la sentinella risponde: Verrà il mattino, ma è ancora notte. Se volete domandare, tornate un’altra volta.” (Isaia, 21,11)

“Era il Re nascosto che regnava sul reame del Pensiero: un reame che, anche se affatto di questo mondo, è tanto celato in esso che non si è mai del tutto certi che esista veramente” (Arendt)

J.V.