Gli ultimi giorni dell’umanità

Gli ultimi giorni dell’umanità è un’opera di Karl Kraus (1874-1936) scritta nel corso della Grande a Guerra e pubblicata definitivamente nel 1922. Ne parlo perché sono convinto che dalla Prima guerra mondiale nascano gli orrori dei totalitarismi e le aberrazioni della Techne moderna.

“Gli ultimi giorni dell’umanità stanno al centro dell’opera di Karl Kraus, come il Minotauro nel labirinto. Tutti i suoi saggi, i suoi aforismi, i suoi pamphlets, le sue liriche convergono verso questo testo di teatro irrappresentabile, che accoglie in sé tutti i generi e gli stili letterari, così come la realtà di cui parla – quell’irrappresentabile evento che fu la prima guerra mondiale – racchiudeva in sé le più sottili e inedite varietà dell’orrore. Per Kraus, fin dall’inizio, la guerra fu un intreccio allucinatorio di voci, dal «quotidiano, ineludibile, orrendo grido: Edizione straordinaria!» alle chiacchiere dei capannelli, dalle dichiarazioni tronfie e ignare dei Potenti ai ‘pezzi di colore’ della stampa, sino all’inarticolato lamento delle vittime. «Non c’è una sola voce che Kraus abbia lasciato perdere, era invasato da ogni specifico accento della guerra e lo riproduceva con forza stringente», ha scritto Elias Canetti, che a Vienna ascoltò molte volte Kraus mentre leggeva in teatro scene degli Ultimi giorni. Così, mentre i più illustri scrittori del tempo, salvo rarissime eccezioni, davano una prova miserevole di sé, partecipando baldanzosi, da una parte o dall’altra, all’esaltazione bellica, Kraus fu l’unico che riuscì a catturare quell’evento immane in tutti i suoi aspetti, e nel momento stesso in cui accadeva, sulla pagina scritta: «La guerra mondiale è entrata completamente negli Ultimi giorni dell’umanità, senza consolazioni e senza riguardi, senza abbellimenti, edulcoramenti, e soprattutto, questo è il punto più importante, senza assuefazione» (Canetti). Per giungere a tanto, Kraus dovette abbandonarsi a un rovente delirio, a una perenne peregrinazione sciamanica attraverso le voci, sui mille teatri della guerra, dalle trincee ai Quartier Generali, dai luoghi di villeggiatura ai palazzi imperiali, dagli interni borghesi ai caffè. Il risultato si presenta come un imponente «masso erratico» nella letteratura del Novecento e spezza ogni categoria: prima fra tutte quella della «tragedia», a cui allude il sottotitolo con dolorosa ironia. Perché la tragedia presuppone almeno la coscienza della colpa: mentre qui centinaia di personaggi – fra i quali incontriamo i due imperatori, Francesco Giuseppe e Guglielmo II e vari Potenti maligni, ma anche una loquace giornalista e tanti di quei liberi lettori di giornali che compongono la voce delle masse – in un solo carattere concordano: una spaventosa comicità, data dalla loro comune inconsapevolezza di ciò che provocano e che subiscono, paghi come sono di trasmettersi frasi fatte e di «portare la loro pietruzza» sull’altare dove si attendono le sacre nozze fra la Stupidità e la Potenza. Come Kraus aveva già visto tutte le atrocità della guerra nella affabile vita viennese dei primi anni del Novecento, così nella prima guerra mondiale vide con perfetta chiarezza non solo il nazismo (che qui appare mirabilmente descritto prima ancora che il nome esistesse), ma gli anni in cui viviamo: l’età del massacro. Perciò a noi, come ai lettori di allora, si rivolgono le parole con cui Kraus introduceva gli Ultimi giorni: «I frequentatori dei teatri di questo mondo non saprebbero reggervi. Perché è sangue del loro sangue e sostanza della sostanza di quegli anni irreali, inconcepibili, irraggiungibili da qualsiasi vigile intelletto, inaccessibili a qualsiasi ricordo e conservati soltanto in un sogno cruento, di quegli anni in cui personaggi da operetta recitarono la tragedia dell’umanità».
Karl Kraus (1874-1936) scrisse la maggior parte del testo di Gli ultimi giorni dell’umanità durante la prima guerra mondiale e continuò a lavorarci fino al 1922, quando ne apparve l’edizione definitiva.” (Risvolto)
« Ben venga il caos, poiché l’ordine non ha funzionato. »
(Karl Kraus)

Karl Kraus
Karl Kraus (Jičín, 28 aprile 1874 – Vienna, 12 giugno 1936) è stato uno scrittore, giornalista, aforista, umorista, saggista, commediografo, poeta e autore satirico austriaco, uno dei principali intellettuali del XX secolo. Ironico e tagliente, celebre per i suoi pungenti aforismi. Ne riporto alcuni:
Tutta la vita dello Stato e della società è fondata sul tacito presupposto che l’uomo non pensi.
Una testa che non si offra in qualsiasi situazione come un capace spazio vuoto non avrà vita facile nel mondo.
I giornali hanno con la vita all’incirca lo stesso rapporto che hanno le cartomanti con la metafisica.
Una vasta cultura è una farmacia ben fornita: ma non c’è modo di avere la sicurezza che non ci venga portato del cianuro per curare un raffreddore.
Un aforisma non ha bisogno di esser vero, ma deve scavalcare la verità. Con un passo solo deve saltarla.
Ma dove mai troverò il tempo per non leggere tante cose?
Perché scrive certa gente? Perché non ha abbastanza carattere per non scrivere.
Ci sono imbecilli superficiali e imbecilli profondi.
L’aforisma non coincide mai con la verità: o è una mezza verità o è una verità e mezzo.
Nulla è più incomprensibile dei discorsi della gente a cui il linguaggio non serve a nient’altro che a farsi capire.
La gelosia è un abbaiare di cani che attira i ladri.
Ci sono delle persone che per tutta la loro vita serbano rancore a un mendicante perché non gli hanno dato niente.
C’è della gente che preferisce perdonarti quella porcheria che ti hanno fatto piuttosto che quel beneficio che da te hanno avuto.
Non avere un pensiero e saperlo esprimere – è questo che fa di uno un giornalista.
Democratico vuol dire poter essere schiavo di tutti.
Cultura è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno.
Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo.
Il diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini.
L’odio deve rendere produttivi. Altrimenti è più intelligente amare.
Uno che sa scrivere aforismi non dovrebbe disperdersi a fare dei saggi.
La psicoanalisi è quella malattia mentale di cui ritiene di essere la terapia.
È ben nota la pretesa di avere un posto al sole. Meno noto è che il sole tramonta appena il posto è raggiunto.
Il male non cresce mai così bene come quando ha un ideale davanti a sé.
Oggi avremmo immenso bisogno di uno come Kraus… ironico, pungente, a tratti aspro, mai banale… da contrapporre all’imbecillità dilagante, a coloro che vogliono scrivere a tutti i costi senza aver mai letto nulla, a chi pensa che tutte le opinioni siano buone… a chi non distingue il linguaggio dalla chiacchiera.

J.V.