Comunismo sovietico
Comunismo sovietico
Dopo la morte di Lenin i dirigenti del partito bolscevico si trovano a fronteggiare un problema enorme: lo Stato (sovrastruttura) assai più avanzato della sua base economico-sociale (struttura ) formata da milioni di piccoli produttori agricoli indipendenti.
Di fronte alla cruda e terribile realtà i principi del materialismo storico vanno in frantumi. Contano gli interessi dell’apparato Statale. Prevale la linea di Stalin: il socialismo in un paese solo. La Destra è rappresentata da Bucharin, favorevole allo sviluppo della Nep e assai critico sulle spietate politiche del triennio 1918/21. In sostanza Bucharin si interroga sulla natura dell’Ottobre. Questa linea è maggioritaria tra la popolazione ma in minoranza nel partito.  A sinistra Trotzkij, sostenitore dello spostamento di capitali dal settore agricolo all’industria per modernizzare il paese. Linea teorizzata dall’economista Preobrazenskij, convinto che la realizzazione del socialismo avesse bisogno di un’accumulazione originaria del capitale come quella della borghesia inglese del Seicento a spese dei contadini  descritta da Marx. Le campagne dovevano funzionare da colonia interna dalla quale estrarre il capitale necessario per finanziare lo sviluppo. Nel 1927 esplode il conflitto tra Stato e contadini. Nello stesso anno Trotskij viene espulso e finisce in esilio. Tra il 1928 e il 1933 Stalin consolida il suo immenso potere allontanandosi parecchio dal marxismo: delirio di onnipotenza, volontarismo bolscevico, culto del vozd (duce), rozza subcultura del gruppo dirigente. Ripresa delle persecuzioni contro i kulak, lotta all’ultimo sangue tra lo Stato staliniano e 20 milioni di lavoratori. Bucharin tenta di fermare l’ex alleato ormai definito Gengis Khan. Liquidazione dei kulak e formazione di grandi colcosi (aziende collettive) per finanziare l’industrializzazione. Sequestri, collettivazzazione forzata, deportazioni di massa, mortalità infantile altissima. La Chiesa si schiera coi contadini, la rivolta incendia il paese come nel ‘20/21. Stalin costretto ad una ritirata tattica ammette che i comunisti locali hanno esagerato. Già due anni dopo, nel 1932, riprende però la politica ferocemente repressiva e si estende alle nazionalità sospette. I kulak costretti a lavorare per lo Stato fuggono dalle campagne, macellano milioni di animali pur di non consegnarli all’autorità statale. Inizia la grande carestia. Leggi speciali contro i contadini. Sterminio di un’intera classe sociale. Sette milioni di morti a causa della grande carestia del ‘32. Distruzione delle nazionalità. Stalin nega l’esistenza della carestia e rifiuta gli aiuti internazionali. Ucraina duramente colpita. Nel ‘34 lo Stato vince la partita dopo aver usato qualsiasi mezzo, anche i più disumani. Di fatto i contadini sono nuovamente dei servi. Una immane tragedia. La realtà deve essere piegata alla forza del gruppo dirigente staliniano. Inizia la persecuzione verso ingegneri e tecnici che osano criticare le sciagurate tesi stataliste. Eliminazione di ogni autonomia repubblicana.
img_1237Lavori forzati e nascita del Gulag. Collaborazione economica col neocancelliere tedesco Hitler. Nascita del sistema schiavistico nel settore industriale. Mito della pianificazione. Clima di sospetti e grandi purghe. Comparsa della piattaforma Rjutin, un documento redatto da un dirigente intermedio del partito in cui si sostiene la necessità di eliminare Stalin, maggior responsabile della catastrofe del paese. Suicidio della moglie di Stalin e ripensamenti di alcuni ex fedelissimi del dittatore. Nikolaj Ivanovič Ežov, capo della commissione di controllo del partito, prepara liste di proscrizione. Al XVII congresso del partito Stalin pronunzia un discorso minaccioso contro i “grandi feudatari”. Il dittatore si presenta come il modernizzatore, novello Pietro il Grande. Ejzenštein gira un film su Ivan il terribile, distruttore dei Boiardi. Vengono rafforzati i poteri della polizia interna. Esaltazione della gerarchia e della disciplina, della madre-eroina, del patriottismo. Nell’ottobre del ‘34 viene ucciso un fedelissimo di Stalin, il capo del partito di Leningrado: Kirov. Questa è la miccia che fa esplodere le grandi purghe (Ežovščina) del ‘36/38. Probabilmente è Stalin stesso il mandante dell’omicidio, timoroso del potere di Kirov (almeno così lascia intuire Chruščëv). Due leader del vecchio bolscevismo, Kamenev e Zinov’ev vengono indicati come mandanti e Leningrado viene messa a ferro e fuoco. Fucilazioni di massa, deportazioni nei lager di migliaia di membri del partito. Intanto per migliorare la produzione si esalta il minatore Stachanov, capace di decuplicare, secondo la propaganda, le norme ufficiali di produzione. I record di Stachanov vengono ben organizzati. Scontro con i dirigenti del NKTP (Commissariato all’industria pesante) contrari ai record artificiali e propagandistici essenzialmente nocivi alla reale produzione. Il sospetto cade persino sul potentissimo Sergo Ordzonikidze, amico intimo del tiranno. Nell’estate del ‘36 iniziano i grandi processi: Kamenev, Zinov’ev e altri vecchi bolscevichi vengono condannati a morte. Il capo della polizia Jagoda, viene sostituito da Ežov. L’ex trozkista Pjatakov, vero organizzatore dell’industrializzazione, viene arrestato, torturato e poi ucciso l’anno seguente. Suicidio di Ordzonikidze assai sospetto. Milioni di arrestati, torturati, deportati, fucilati senza pietà. Stalin pianifica l’epurazione dei ceti dirigenti. Nel ‘37 tocca ai vertici dell’Armata rossa.
Nei primi giorni del giugno 1937 si tiene, a porte chiuse, il cosiddetto “processo degli ufficiali”, detto anche “processo dei generali dell’Armata Rossa”. Accusa basata su falsi documenti preparati dal Sicherheitsdienst, Servizio di sicurezza delle SS, diretto da Heydrich e fatti giungere agli organi inquirenti dall’ambasciatore sovietico a Praga. Imputato principale il vice commissario alla difesa maresciallo Tuchačevskij, il cui nome era stato fatto, qualche mese prima, da Radek nel precedente “processo dei diciassette”.
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Oltre al maresciallo vengono condannati ed uccisi sette generali d’armata o di corpo d’armata: Iona Jakir, Ieronim Uborevič, Robert Ėjdeman, Avgust Kork, Vitovt Putna, Boris Fel’dman e Vitalij Primakov. Il generale Jan Gamarnik, anch’esso coinvolto nelle indagini e sconvolto dalle accuse si era suicidato, pochi giorni prima, il 31 maggio. Nella tarda serata del 12 giugno viene ufficialmente reso pubblico il verdetto: esecuzione immediata per tutti gli imputati. Poco dopo anche i familiari degli ufficiali giustiziati vengono colpiti con arresti e condanne, spesso a morte. A causa delle purghe, le forze armate sovietiche perdono 3 marescialli su 5, 8 ammiragli su 8, i 9 decimi dei comandanti di corpo d’armata e 35.000 ufficiali su 144.300. La vastissima epurazione degli ufficiali e la necessità di rincalzare rapidamente le perdite, impedisce la completa formazione professionale delle nuove leve ed è una delle ragioni degli insuccessi iniziali delle forze armate sovietiche nella seconda guerra mondiale. Nel 1938 è la volta di Bucharin. Accuse preparate a tavolino, invenzioni di testimoni fasulli, confessioni estorte con la tortura, accuse a Trotzkij indicato come Grande burattinaio di presunti complotti. Responsabilità pesanti di Palmiro Togliatti reticente sull’omicidio di circa duecento comunisti italiani rifugiati in URSS. Nel 1940 anche Trotzkij viene assassinato, per ordine del georgiano, in Messico, da Ramon Mercader. Il mito sovietico in Occidente subisce il primo scossone. Lo stesso  Ežov viene sostituito da un personaggio ancora più ributtante, Berija, che Stalin chiama “il nostro Himmler”. Berija è l’organizzatore del lavoro forzato e il pianificatore del sistema criminale. Dal ‘39 Stalin è despota assoluto. Neppure gli zar ebbero tanto potere. Industria ed esercito risentono dell’eliminazione dei loro uomini migliori, il paese è al collasso. Intanto Stalin prepara la guerra e stupisce il mondo col patto Molotov-Ribbentrop del settembre 1939. Pochi giorni dopo la Polonia viene aggredita da Hitler e Stalin: quarta spartizione polacca. La religione sovietica in Occidente subisce un durissimo colpo. La collaborazione tra i due dittatori continua sino al 1941 grazie ai loro tratti comuni: potere assoluto del Duce, polizia politica, partito unico, intolleranza ideologica, essenza del totalitarismo. Operazione Barbarossa del giugno ‘41 rovescia le alleanze. In poche settimane i tedeschi avanzano in profondità e distruggono intere armate. L’Armata rossa è priva degli ufficiali migliori, vittime delle purghe, il morale dei soldati è a terra, Stalin sottovaluta i segnali della possibile offensiva tedesca. Paradossalmente il dittatore sovietico trova nell’invasione il più valido alleato. Dopo giorni di cupo silenzio chiama la popolazione alla resistenza in nome del patriottismo russo (come diceva Samuel Johnson “lo straccio rosso eccita sempre il toro”). Inizia la Grande Guerra Patriottica. Mentre Hitler, convinto di essere strategicamente superiore ai suoi generali, precipita nel disastro di Stalingrado, Stalin, dopo gli errori iniziali, si affida ai suoi migliori ufficiali (alcuni prelevati dal campo di concentramento) come Rokossovskij. Grazie agli enormi sacrifici del popolo russo e ai cospicui aiuti americani, alla durezza della gestione del fronte interno, l’URSS sconfigge i tedeschi. Il comportamento crudele dell’esercito tedesco mobilita la popolazione russa. Nascono movimenti partigiani persino in Ucraina e Bielorussia, in un primo tempo favorevoli all’avanzata nemica. Sulla guerra restano insuperabili le pagine di Vasilij Grossman in “Vita e destino”. Stalin esce rafforzato dalla vittoria. Non è mai stato tanto popolare in patria e in Occidente e, malgrado i suoi crimini, recita la parte del generalissimo che ha battuto i nazisti. Le neve che copre i cadaveri tedeschi a Stalingrado consegna all’oblio anche le vittime di Stalin. Grazie alla realpolitik in Occidente ci si dimentica del patto Molotov-Ribbentrop e della strage di Katyn. Ultima ondata della religione sovietica legata ai movimenti di liberazione nazionale dei paesi del Terzo Mondo. La realtà è la conquista sovietica dell’Europa orientale, le deportazioni, la pulizia etnica, l’eterna questione delle nazionalità, il crescente antisemitismo che culmina con l’affare dei camici bianchi. Stalin sta preparando un’altra grande purga ma nel 1953 muore. Funerali segnati da isteria collettiva. Il mito del grande condottiero diviene realtà nella speranza di riscatto sociale di miliardi di esseri umani. Nikita Chruščev mette fine alla carriera di Berija e al XX congresso, nel 1956, attacca la politica spietata del tiranno Stalin. Lo stesso compagno Nikita non è però esente da crimini e misfatti. Le timide riforme portano alla rivolta in Polonia e all’insurrezione di Budapest dello stesso anno, ferocemente repressa. Lo Stato nato dalla Prima guerra mondiale, aggressivo, ideologico e totalitario, dopo il 1945 diviene un modello per molti nuovi stati socialisti. Malgrado ciò, le ambiguità dell’ottobre 1917 trovano esito negativo nel crollo alla fine degli anni Ottanta. Il secolo breve e di ferro (1914/1989) è stato contrassegnato da crudeltà e ferocia sempre presenti nell’essere umano ma potenziate dalla Tecnica. Ciò vale per il Nazismo e tutti i Fascismi in genere, per il comunismo sovietico e molte sue varianti e per il capitalismo occidentale. Al di là dei fiumi di inchiostro versati per difendere una di queste tre ipotesi, resta il fiume di sangue versato nel Novecento.
img_1240Qualcuno sostiene che la guerra dei trent’anni del Novecento è stata vinta dai meno peggiori… lo penso anch’io ma ciò non toglie le immense responsabilità di tutti… anche dei vincitori. Gli uomini hanno bisogno di speranza, hanno paura, non ragionano e si aggrappano a qualsiasi divinità prometta sicurezza (presunta) anche a scapito della libertà.
Sedulo curavi humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere. (Mi sono assiduamente studiato di imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non detestarle, ma a comprenderle.)
(Baruch Spinoza)
J.V.