Commodo

Primo imperatore porfirogenito, cioè nato dalla porpora imperiale. Nel 161 suo padre Marco Aurelio è imperatore da un anno. Gli storici gli rimproverano l’errore di aver interrotto il criterio adottivo del migliore, seguito da Traiano, Adriano, Antonino Pio. Commodo sale al potere nel 180 a soli diciannove anni. Eccentrico, crudele, folle, dissoluto, sulla linea di Caligola e Nerone. Terreno accidentato e oscuro: il rapporto tra psicologia e potere. Una vera manna per romanzieri e registi cinematografici. Nerone è la star indiscussa del cinema di ambientazione tardo-romana. Che poi la verità sia questa è opinabile.

Commodo, come Caligola, è crudele e dalla sessualità incontenibile. Il tema della crudeltà è consolatorio perché consente di riversare tutti i mali della società su un unico individuo ritenuto folle e megalomane. Roma diviene città commodiana, si apre, a dire dell’imperatore, l’età dell’oro. In realtà si apre la terribile crisi del III secolo.

A Commodo interessa lo spettacolo: combattimenti di gladiatori, caccia ad animali selvaggi; egli stesso gladiatore, eroe della plebe romana. Anfiteatri come luoghi dell’orrore dove si consumano massacri indicibili. Come è possibile che un popolo civile potesse godere di tanta atrocità? Compito dello storico non è giudicare ma comprendere. Un classico su questo tema è il libro del 1939 di Jérôme Carcopino, accademico di Francia, La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’impero. Aberrazione incredibile, scannamento di migliaia di uomini, belve feroci ed esotiche, torture. Una depravazione collettiva da mettere in relazione all’aberrazione dell’imperatore folle. E sul tema ne scopriamo delle belle perché il tanto vituperato Nerone non amava i giochi con gladiatori, il Colosseo non esisteva ancora e casomai Nerone amava le competizioni canore. Il Colosseo viene inaugurato da Tito. La “delizia del genere umano” organizza giochi crudeli che durano mesi. Per non parlare di Traiano, uno dei migliori imperatori, che per celebrare l’effimera conquista della Dacia organizza combattimenti per centinaia di giorni, spendendo somme enormi e facendo uccidere migliaia di uomini e undicimila animali. Come si vede la realtà è spesso difforme rispetto a ciò che il sendo comune crede. Quella romana è in ogni caso una morale diversa dalla nostra ma non possiamo certo ergerci a giudici del sadismo romano dal momento che la nostra epoca, non più settant’anni orsono, ha visto i più grandi massacri della storia umana… e oggi continuano.

Il gladiatore ha una funzione ben precisa, è un guerriero che viene da un altro mondo, da un mondo lontano, esotico, dal mondo che sta oltre il limes. Le sue armi non sono quelle dei legionari, sono eccentriche, fantastiche, poco pratiche in battaglia. Il gladiatore, come l’animale esotico e feroce, evoca il mondo “altro”, quello dei barbari, l’ignoto, il pericoloso. Le arene offrono spettacoli rassicuranti: viene distrutta la natura terrificante, il noto prevale sull’ignoto. Chi vive dentro l’impero può e deve stare tranquillo. Le legioni di Roma sconfiggono ciò che non è romano, la civiltà prevale sulla barbarie. Attrazione e terrore sono un’endiadi. Inoltre lo spettacolo circense ricopre una fondamentale funzione politica: il corpo civico si riunisce in modo composto e gerarchizzato, è presente a se stesso, dall’imperatore alla plebe. Il monopolio della violenza, per qualche momento, viene democratizzato con la finzione imperiale della richiesta di vita o morte alle masse. Una finta democrazia nel tempo in cui non esistono i tranquillanti della comunicazione di massa che assolvono alla stessa funzione demagogica. Oggi chi segue i melensi dibattiti televisivi pensa di comprendere la politica, dice la sua. Chi legge due libri è convinto di essere colto e preparato. Tutti vogliono partecipare e sono convinti di essere protagonisti. Discorsi da bar Sport sono addirittura entrati nelle aule parlamentari ed esiste la tirannia delle opinioni. “Secondo me…” è la formula di rito. Negli anfiteatri romani questo oppiaceo durava qualche tempo, oggi la televisione lo spaccia continuamente in un‘orgia di presunzione e protervia senza limiti, dove pletore di imbecilli esprimono la loro “opinione”.

Commodo non si limita ad essere organizzatore di spettacoli. Lui è il protagonista, agghindato come Ercole, con pelle di leone e clava. Uccide elefanti, leoni, coccodrilli, uomini. È un essere superiore che vince 735 combattimenti come se fossero trionfi militari. Un mentecatto. Il grande Marco Aurelio ha commesso un solo errore ma di portata gigantesca. Commodo si comporta da autentico criminale sadico, erotomane. Sospettoso e feroce, stronca complotti a ripetizione e ne fa le spese anche la sorella Lucilla. La situazione è fuori controllo. Nel 192 un atleta lo strangola. Il Senato esulta. Scatta la damnatio memoriae.

Per l’Impero Romano inizia l’età della crisi: guerre civili, i Parti e i Germani alle frontiere, crisi economica. La dura realtà è tornata: i combattimenti dei gladiatori non bastano più… ora si deve difendere il limes. La crisi non è responsabilità di Commodo. Molte sono le cause e sono assai complesse. Meritano di essere discusse a parte. L’Impero si ammala ma non muore. Altri grandi imperatori troveranno soluzioni drastiche e sanguinose per garantire la sopravvivenza. La Pax aurea è tramontata. Intanto il Cristianesimo inizia il suo lavoro di erosione dall’interno. La stessa Marcia, concubina di Commodo e protagonista del complotto che porta all’eliminazione fisica dell’imperatore, nutriva sentimenti cristiani.

Sale al potere Pertinace per un anno, il 193. Viene assassinato. Inizia la guerra civile.

J.V.