Carlo Magno e l’Impero carolingio

Carlo Magno e l’Impero carolingio

Una delle figure più importanti della storia occidentale. Carlo, detto poi Carlo Magno, nasce il 2 aprile 742 in luogo sconosciuto. Figlio primogenito di Pipino, maggiordomo di palazzo e poi re, e di Bertrada. Poco prima della sua morte, avvenuta nel settembre 768, Pipino divide il regno tra i due figli. Carlo ottiene Austrasia, Neustria e metà Aquitania, Carlomanno Borgogna, Provenza, Gotia, Alsazia, Alamagna e metà Aquitania. I due giovani vengono incoronati e unti il 9 ottobre nei rispettivi regni. Sono in disaccordo sulla politica da tenere nei confronti dei longobardi. Carlo vuole appoggiare il papa e sposa controvoglia la figlia del re Desiderio, per volontà materna. Carlomanno è favorevole all’alleanza longobarda. Tre anni dopo muore Carlomanno e Carlo non esita a cacciare dal regno la cognata Gerberga e i suoi nipoti. Questa si rivolge per aiuto a Desiderio, dal quale ritorna anche la figlia ripudiata dal marito. Offesa sanguinosa che aggrava il già complicato quadro italiano. Inoltre muore il papa Stefano III e nel 772 viene eletto Adriano I, uomo di notevoli capacità. Malgrado i suoi intenti pacificatori Adriano entra in rotta di collisione con Desiderio che semina terrore e morte in varie città delle Marche e dell’Umbria. Desiderio avanza verso Roma. Giunto a Viterbo viene minacciato di scomunica e preferisce rientrare a Pavia. Desiderio è indeciso, lacerato dagli scrupoli religiosi, capo di un popolo che vive le sue stesse contraddizioni. In questa situazione deve affrontare la trattativa con Carlo, disposto a pagare 14.000 solidi d’oro purché il re longobardo abbandoni i territori pontifici occupati. Desiderio rifiuta anche perché sono in gioco il ripudio della figlia e i diritti della vedova Gerberga. Guerra. La spedizione franca viene decisa nel 773: un esercito guidato dallo zio di Carlo, Bernardo, valica le Alpi al gran San Bernardo, mentre un altro esercito sotto la guida personale del re percorre il Cenisio. L’esercito longobardo, stretto in una morsa si ritira a Pavia con Desiderio e a Verona sotto la guida del figlio del re Adelchi, associato al trono dal 759. Carlo espugna Verona e Adelchi fugge a Bisanzio mentre Gerberga si consegna al vincitore. I longobardi di Spoleto e Benevento non intervengono. Carlo si reca a Roma dove viene accolto dal papa come trionfatore. Pavia cade nel 774 e Desiderio viene condotto prigioniero in Francia e poi rinchiuso sino alla morte nel monastero di Corbie. Si chiude tragicamente la storia del regno longobardo a lungo impegnato in una politica di equilibrio tra Chiesa romana e Impero bizantino. Machiavelli e molti altri grandi intellettuali si interrogano sulla possibilità mancata di unificazione italiana. Ritengo sia un problema mal posto, giocato su un’ipotesi non realistica, rispondente ad un ideale non realizzabile in quelle condizioni.

Il re franco Carlo così viene descritto dal biografo Eginardo “Era, re Carlo, di corporatura massiccia e robusta, di statura alta che, pur tuttavia, non eccedeva una giusta misura, dato che misurava sette volte la lunghezza del suo piede. Aveva testa tonda, occhi grandissimi e vivaci, il naso un po’ più lungo del normale, bei capelli bianchi, volto sereno e gioviale che gli conferiva, seduto che fosse o dritto in piedi, una grandissima autorità e pari dignità di aspetto. Quantunque avesse un collo grasso e troppo corto ed il ventre un po’ sporgente, purtuttavia l’armoniosità delle altre membra celava questi difetti. Sicuro nell’incedere, emanava da tutto il corpo un fascino virile: aveva una voce chiara che non aderiva, pur tuttavia, al suo corpo. La salute era eccellente ma, negli ultimi quattro anni di vita, andò frequentemente soggetto alle febbri, ed infine finì con lo zoppicare da un piede. Ma faceva a testa sua e non si curava del parere dei medici che aveva preso in grande uggia, perché gli consigliavano di abbandonare, per le carni lesse, gli arrosti ai quali era, invece, abituato.Si esercitava di frequente all’equitazione ed alla caccia, ed era questa una passione che aveva fin dalla nascita, perchè non è possibile trovare al mondo chi possa paragonarsi ai Franchi in tali esercizi fisici. Amava anche molto i bagni minerali e spesso si esercitava al nuoto. Eccelleva talmente in quest’esercizio che nessuno riusciva a sorpassarlo. Per tale ragione costruì una reggia in Aquisgrana: ivi trascorse gli ultimi anni di sua vita abitandovi in permanenza. Invitava al bagno con lui non solo i figli, ma anche i grandi del regno e gli amici e talora persino tutte le proprie guardie del corpo. Avveniva cosi che, qualche volta, scendessero in acqua con lui oltre cento uomini.Vestiva sempre col costume nazionale dei Franchi: sul corpo indossava una camicia ed un paio di mutande di lino; su di esse poneva una tunica orlata di seta e i pantaloni. Portava fascie alle gambe e calzari ai piedi: d’inverno proteggeva le spalle ed il petto con un indumento confezionato in pelli di lontra o di topo. S’avviluppava in un mantello color verdognolo e portava sempre al fianco una spada con il pomo ed il fodero d’oro o di argento. Qualche volta faceva uso di un’altra spada dall’elsa gemmata, ma l’adoperava solo nelle grandi festività o quando riceveva gli ambasciatori stranieri. Rifuggiva dai costumi d’altri paesi, ancorché bellissimi, e non amò mai indossarli, meno che a Roma, una prima volta su richiesta di papa Adriano ed una seconda per preghiera del successore di lui, Leone. Allora acconsenti a portare una lunga tunica e la clamide ed i sandali alla moda dei Romani. Nelle festività incedeva in una veste tessuta d’oro, con calzature decorate di gemme; una fibbia d’oro gli fermava il mantello, e s’ornava di una corona anch’essa d’oro e sfolgorante di gemme. Negli altri giorni, invece, il suo abito differiva poco da quello che usava il popolo.Era assai sobrio nel mangiare e nel bere; nel bere soprattutto. Detestava l’ubbriachezza in qualsiasi uomo e massimamente in sé e nei suoi. Del cibo, però, faceva poco volentieri a meno e spesso si lagnava dicendo che il suo corpo sopportava male i digiuni. Banchettava molto di rado e solo nelle grandi festività; ma allora con numerosi convitati. Il suo pranzo quotidiano si componeva di sole quattro portate, non contando l’arrosto che i cacciatori solevano presentargli sugli spiedi e che egli mangiava più volentieri di qualsiasi altro cibo. Mentre cenava gli piaceva udire qualche musico o qualche lettore. Gli leggevano le storie degli antichi, ma amava ascoltare anche le opere di Sant’Agostino e specie quella intitolata «De civitate Dei». Era talmente sobrio di vino e di qualsiasi altra bevanda che raramente, mentre pranzava, beveva più di tre volte. D’estate, dopo il pasto del mezzodì, mangiava qualche mela e beveva una sola volta; dopo di che si toglieva vesti e calzature, cosi come era solito fare la notte, e riposava due o tre ore. Di notte, durante il sonno, si svegliava dalle quattro alle cinque volte, non solo, ma si levava anche in piedi. Mentre si vestiva e si calzava, riceveva, d’abitudine, i propri amici; ma se il conte palatino gli riferiva che v’era una lite impossibile a comporre, ordinava di introdurre subito i litiganti e, come se fosse stato in tribunale, ascoltava le parti e pronunciava la sentenza. Né si limitava a questo: ma in quelle ore regolava tutto il lavoro che nel giorno dovevano esplicare i vari uffici ed ordinava a ciascun ministro cosa dovesse fare.”Così Eginardo.

Al suo rientro in Francia Carlo riprende la guerra contro i Sassoni in modo sistematico e feroce. Lotta senza quartiere da ambo le parti. A Verden vengono massacrati 4.500 sassoni seguaci di Vitikindo. Politica carolingia di devastazioni che porta al battesimo dello stesso Witikindo nel 785, ormai convinto che il Dio di Carlo fosse più potente del suo. Importanza dell’opera missionaria e vittoria del mondo religioso su quello etnico. Capitulatio de partibus Saxoniae contro il restante paganesimo sassone. Bilancio pesante in termini di vite umane. Nel 786 Carlo torna in Italia e attacca Benevento sottomettendo il duca Arechi. Si pone intanto il problema della libertas ecclesiae soprattutto dopo la morte di papa Adriano I il 25 dicembre 795. Gli succede il discusso Leone III, aggredito dal popolo e messo in salvo per miracolo. Leone III raggiunge Carlo a Paderborn e gli chiede aiuto nel momento in cui l’impero bizantino vive giorni oscuri a causa del colpo di stato di Irene che, di fatto, rende vacante il trono imperiale. In questo contesto il monaco Alcuino scrive al suo re Carlo “Finora tre persone nel mondo hanno avuto la dignità più alta e cioè la sublimità apostolica, che suole reggere la sede del Beato Pietro, principe degli apostoli, con funzione di vicario; che cosa, invero, sia accaduto a colui che era il reggitore del seggio suddetto, si è interessato a farmelo sapere la vostra veneranda benevolenza. Un’altra è la dignità imperiale e la potenza terrena della seconda Roma; in qual modo empio sia stato deposto, non dagli altri, ma dai suoi stessi concittadini il sovrano di quell’impero, si sa sempre più, perché se ne diffonde della fama. Terza è la dignità reale, per cui la Provvidenza del Signor Nostro Gesù Cristo dispone come reggitore del popolo Cristiano, voi, per potenza più eminente delle altre dignità or ora ricordate, più famoso per sapienza, più alto per dignità di regno. Ecco in te solo si appoggia tutta la salvezza nella crisi della Chiesa di Cristo. Tu, vindice delle colpe, tu, guida di quanto erano, tu, consolatore degli afflitti, tu, esaltazione dei buoni”.In poche precise parole Alcuino sostiene che il potere franco è l’unico in grado di tenere in piedi gli altri due poteri ed avere consapevolezza della Sancta Romana Respublica. L’Impero è vacante, la dignità imperiale disponibile per Carlo “testa del mondo e vertice d’Europa”, unico in grado di restituire dignità al papà umiliato e offeso. Carlo così dispone che Leone III torni a Roma sotto protezione franca. Poco dopo, malgrado la morte della terza moglie Liutgarda, si reca a Roma. Discussa incoronazione imperiale nella notte di Natale dell’800. Leone III unge il capo di Carlo richiamandosi alla tradizione dei re biblici. Irene da Bisanzio deve accettare il fatto compiuto non possedendo forza militare per contrapporsi al nuovo imperatore. Secondo Eginardo neppure Carlo gradì l’incoronazione per non inimicarsi l’Oriente ma la questione è controversa. Secondo Federico Chabod Eginardo scrive in un momento successivo e tende a smorzare gli entusiasmi del suo sovrano perché teme la reazione bizantina. In realtà l’irritazione di Carlo derivava dalla mancata autoincoronazione e quindi dal tentativo papale di subordinare l’autorità laica a quella ecclesiastica. Tuttavia è certo il legame tra una figura discussa come Leone e il legame indissolubile del regno Franco con Roma. Da questo momento Carlo viene visto come il salvatore d’Europa. Addirittura il novello imperatore avanza proposta di matrimonio ad Irene. L’usurpatrice bizantina sarebbe ben disposta ma viene detronizzata nell’802 dall’iconoclasta Niceforo che la relega a Lesbo dove morirà poco dopo. Un vero e proprio scontro tra i due sovrani non avverrà ma Venezia sarà teatro di alcune operazioni guidate da Pipino, re d’Italia, per conto di suo padre e poi dal giovane Bernardo coadiuvato dall’esperto monaco Vala. Carlo si disinteressa dello scacchiere italiano preso in realtà dal problema arabo di Saragozza ed espande il potere Franco sino a Tortosa nell’811, costituendo la Marca Ispanica da Barcellona all’Atlantico a protezione dei piccoli regni cristiani delle montagne. La minaccia più grave resta quella Ávara. Verrà scongiurata dopo diverse ed alterne vicende nell’811. Altre minaccie quella slava di Cechi e Sorabi a est e quella danese a nord. La minaccia danese è un assaggio delle future gravissime incursioni vichinghe. Come si vede Carlo è personalmente impegnato in una estenuante attività militare e diplomatica. Stanco e provato il grande re si spegne a 72 anni nell’814. Lascia un impero diviso in Contee e Marche rette da grandi feudatari legati personalmente al sovrano. Il potere prima itinerante viene poi esercitato nella capitale Aquisgrana dove si trova il palatium, residenza di corte. Il controllo dei vasti territori avviene attraverso i missi dominici e le leggi vengono raccolte nei capitolari. Ovviamente esiste uno scarto notevole tra i desiderata del grande sovrano e quanto viene effettivamente realizzato. Il particolarismo vince sul centralismo e l’impero, privato della figura di Carlo, non reggerà l’urto delle invasioni. Malgrado l’imperatore non sapesse scrivere ebbe un grande rispetto per la cultura e si circondò sempre di brillanti monaci tra cui Alcuino. Nasce una vera e propria cultura europea in una concordia discors di voci e scambi di idee giocata sul latino come lingua ufficiale ed unitaria. La lingua latina ufficiale non ostacola l’emergere delle lingue nazionali. Possiamo parlare di Carlo Magno come del padre della civiltà europea e del suo impero come di una falsa partenza prodromica però ad una futura unità.

Alla sua morte diviene Imperatore Ludovico, già associato al trono imperiale nell’ 813. Uomo colto e pio ma assai meno energico del padre, non riesce a frenare lo strapotere dei grandi feudatari. Comunque viene incoronato ufficialmente imperatore a Reims nell’816 da papa Stefano IV, successore di Leone III. Nell’817 emana l’Ordinatio imperii rivolta a mantenere l’unità imperiale. Unico successore viene designato il primogenito Lotario al quale gli altri due fratelli, Pipino e Ludovico, debbono obbedienza. In Italia scoppia la rivolta del nipote dell’imperatore (figlio del defunto Pipino, già re d’Italia) Bernardo. La risposta di Ludovico è inaspettatamente durissima. Bernardo viene arrestato a Châlon-sur -Marne, processato ad Aquisgrana e condannato a morte, pena poi commutata in accecamento. Ludovico, in genere mite, preoccupato da segnali di mancato accordo tra i figli e temendo per l’unità imperiale, vuole dare un esempio terroristico del quale si pentirà amaramente. In realtà la ribellione di Bernardo era il chiaro segnale dei complicati rapporti con la Chiesa e con Roma, capitale ideale dell’impero. Le tensioni romane vengono pacificate da Lotario inviato appositamente dal padre. Viene emanata la Constitutio romana che subordina il papa all’imperatore sul piano giuridico ma che di fatto alimenta la dualità, tratto tipico del Medio Evo.L’unità imperiale entra in crisi con le seconde nozze di Ludovico con Giuditta, figlia del Conte Guelfo di Baviera e dalla conseguente nascita di Carlo nell’823. La preoccupazione dei genitori di trovare una adeguata collocazione al nascituro cozza con l’Ordinatio Imperii emanata sei anni prima. Malgrado la disapprovazione del primogenito Lotario, Ludovico dona a Carlo i territori Alamanni e Retici, l’Alsazia e parte della Borgogna, insignendolo del titolo ducale. Seguono gravissimi contrasti culminanti nell’832 e rimasti aperti malgrado l’intervento pacificatore del papa Gregorio IV. A Rothfeld in Alsazia Ludovico viene abbandonato dai suoi feudatari, subisce l’umiliazione della reclusione in convento di sua moglie Giuditta e lui stesso viene tradotto a Compiègne davanti all’assemblea dei Grandi presieduta da Lotario il primo ottobre 823. L’accusa è gravissima: avere messo in pericolo l’unità imperiale. Ludovico ammette le sue colpe e viene deposto mentre il giovane Carlo si trova relegato nell’abbazia di Prüm. Ovviamente gli scontri sono appena iniziati perché Pipino e Ludovico, fratelli minori, si alleano contro Lotario e lo costringono a liberare il padre, legittimo imperatore completamente riabilitato. Giuditta viene liberata e riprende il tentativo di costruire un regno per il figlio. I rapporti tra Ludovico il Pio e il primogenito Lotario restano assai complicati mentre sull’impero incombe il pericolo normanno. Succube di Giuditta Ludovico amplia i territori da donare a Carlo incoronato re di Francia nell’838 suscitando gravi malumori in Lotario e Ludovico re di Germania. Pipino muore nel dicembre dello stesso anno e l’imperatore lo segue due anni dopo, il 20 giugno 840 a Ingelheim lasciando un impero in crisi e lacerato dalla guerra civile, in rotta con la Chiesa e minacciato da invasioni barbariche. In questo quadro di frantumazione del potere centrale emergono le nazioni che, morto ormai il latino, assumono coscienza di sé attraverso i diversi volgari. Carlo e Ludovico si alleano contro Lotario e si scontrano il 25 giugno 841 a Fontanet (Fontenoy-en-Puysaye). Lotario viene clamorosamente battuto e i due vincitori riuniscono le loro truppe a Strasburgo dove si giurano eterna fedeltà e assistono al giuramento dei loro eserciti in alto tedesco e in antico francese. È il 14 febbraio 842. La differenza linguistica viene ormai attestata. Questo il testo originale “Per l’amore di Dio e per la salvezza del popolo cristiano e nostra comune, da oggi in avanti, in quanto Dio sapere e potere mi concede, così salverò io questo mio fratello Carlo/Ludovico e col (mio) aiuto e in ciascuna cosa, così come si deve giustamente salvare il proprio fratello, a patto ch’egli faccia altrettanto nei miei confronti; e con Lotario non prenderò mai alcun accordo che, per mia volontà, rechi danno a questo mio fratello Carlo/Ludovico… Se Ludovico mantiene il giuramento che giurò a suo fratello Carlo, e Carlo, mio signore, da parte sua non lo mantiene, se io non lo posso distogliere da ciò, né io né alcuno che io possa distogliere da ciò gli saremo di aiuto contro Ludovico/Carlo”.

Da un unico popolo Franco nascono due nazioni. La pace tra i fratelli viene firmata a Verdun nell’agosto 843. A Lotario viene riconosciuto il titolo imperiale e il territorio che va dal Mare del Nord, limitato dai fiumi Reno, Aar, Schelda, Mosca e Rodano sino al Mediterraneo. Ludovico il Germanico riceve i territori al di là del Reno. Carlo il resto dei territori a ovest. Vittoria del particolarismo e sconfitta dell’unità imperiale. Intanto Ávari, Saraceni e Normanni attaccano da est, sud e nord. Lotario muore nell’855 dividendo ulteriormente il proprio regno tra i figli Ludovico (Italia) e Lotario II (Lotaringia/Lorena) e Carlo ( Borgogna, Provenza e Savoia). In questo contesto la Chiesa romana resta l’unica forza unitaria religiosa e politica giacché Carlo il calvo e Ludovico il Germanico continuano a lottare tra loro malgrado la situazione disastrosa. Il papa Giovanni VIII la notte di Natale dell’875 proclama Carlo imperatore. Due anni dopo a Quierzy Carlo rende ereditari i grandi feudi. Il Capitolare di Quierzy avrà importanza enorme per i grandi signori, architrave della struttura feudale. Nello stesso anno Carlo muore e gli succede il figlio Ludovico il Balbo (balbuziente) che rinuncia al titolo imperiale per raggruppare le forze contro il tremendo pericolo normanno.

In Italia il papa Giovanni VIII non può contare sull’aiuto imperiale ed approfittano di questa vacanza Adalberto, duca di Toscana e Lamberto duca di Spoleto, invadono Roma nel marzo 878. L’anno successivo muore anche Ludovico il Balbo e dopo alterne ed intricate vicende, segno della debolezza imperiale, si fa incoronare imperatore Carlo, detto il Grosso, ultimo imperatore carolingio dall’881 all’888. La morte dello stesso papa Giovanni, ultimo baluardo dell’unità occidentale, aggrava la situazione dal momento che l’inetto Carlo il Grosso non riesce a contrastare i Normanni. La cappella di Carlo Magno viene ridotta a stalla per i cavalli. Il normanno Goffredo sposa Gisella, figlia di Lotario II, e promette di convertirsi al Cristianesimo, palesando la volontà di possedere un insediamento stabile. I normanni nell’886 attaccano addirittura Parigi difesa dal Conte Eude. Invece di combattere Carlo III il Grosso li paga.Di fronte a tanta vigliaccheria insorge Arnolfo di Carinzia, figlio bastardo di Carlomanno. Carlo il Grosso, abbandonato da tutti, muore due anni dopo . Con lui finisce la dinastia carolingia. Una falsa partenza, un gigante dai piedi d’argilla ma l’Europa sta nascendo.

J.V.