Il padrino

Gli farò un’offerta che non può rifiutare
(Vito Corleone)

Il padrino (The Godfather) è un film del 1972, prima pellicola della trilogia omonima firmata dal regista Francis Ford Coppola, liberamente ispirata al romanzo omonimo scritto da Mario Puzo.
Nel 1974 esce la seconda parte e poi nel 1990 la terza.

* Marlon Brando: don Vito Corleone
* Al Pacino: Michael Corleone
* Robert De Niro: Vito Corleone giovane
* James Caan: Santino Corleone
* Richard S. Castellano: Peter Clemenza
* Robert Duvall: Tom Hagen
* Sterling Hayden: Mark McCluskey
* John Marley: Jack Woltz
* Richard Conte: Emilio Barzini
* Al Lettieri: Virgil Sollozzo
* Diane Keaton: Kay Adams
* Abe Vigoda: Salvatore Tessio.
* Talia Shire: Constanzia Corleone
* Gianni Russo: Carlo Rizzi
* John Cazale: Fredo Corleone
* Rudy Bond: Carmine Cuneo
* Al Martino: Johnny Fontane
* Morgana King: Carmela Corleone
* Lenny Montana: Luca Brasi
* John Martino: Paulie Gatto
* Salvatore Corsitto: Amerigo Bonasera
* Richard Bright: Al Neri

Capolavoro assoluto. Secondo alcuni il miglior film della storia del cinema e comunque ai primi posti in ogni classifica, acclamato da critica e pubblico in tutto il mondo. Alla sua uscita negli Stati Uniti il film incassa 135 milioni di dollari, frantumando il record del kolossal Via col vento. La pellicola fece riemergere la Paramount Pictures da una difficile situazione economica e consacrò il regista Francis Ford Coppola e il cast composto da Marlon Brando, Al Pacino, Robert Duvall e James Caan. Il film fu premiato con tre premi Oscar, su 10 nomination. Insieme al suo seguito è considerato una pietra miliare della storia del cinema.

Tratto dal best-seller di Mario Puzo ha avuto successivamente due sequel (ottimo il Padrino II, medio il III). Brando con le guance gonfiate e la voce roca, un giovane Al Pacino apparentemente mite e in realtà già futuro capo naturale della famiglia, la musica meravigliosa di Nino Rota, nostalgia della Sicilia, tragedia greca allo stato puro. Il Padrino è un’opera sempre attuale e coinvolgente al punto da spingerci a dimenticare che i protagonisti sono feroci criminali.
Fiumi di parole sono stati spesi per letture “politicamente corrette” poco centrate. In realtà il film va visto, a mio parere, come una imponente e terribile tragedia greca nella quale non troviamo vincitori ma soltanto sconfitti. È vero invece che un tale capolavoro poteva girarlo soltanto un talento come Coppola, intriso fortemente di “cultura siciliana”. La sua è una terribile riflessione sulla natura umana e sulla mancanza di speranza. Don Vito piange silenziosamente quando gli riferiscono che suo figlio Michael ha ucciso Sollozzo e McCluskey perché questo significa che anche lui diventerà un criminale invece che “un pezzo da novanta” della società “onesta e rispettabile”. I dialoghi tra l’anziano boss e il figlio sono la chiave di tutto. Senza ipocrisie Don Vito esprime la sua visione della società americana e spiega il perché della sua scelta criminale, dallo sterminio della sua famiglia ad opera di Don Ciccio (col quale farà i conti in seguito) al viaggio per arrivare a New York (l’arrivo della nave nel porto americano è una delle scene più belle e toccanti), il suo tentativo subito abortito a causa di un ingiusto licenziamento di costruirsi una vita modesta e dignitosa con la giovane moglie, il passaggio alla criminalità organizzata della quale diventerà un capo in breve tempo. Carisma, pacatezza, uso spietato della forza, silenzi o parole misurate, comprensione dei meccanismi dell’ipocrita e moralista società americana, lo portano in pochi anni a stringere alleanze con malavitosi importanti e senatori e deputati che lui tiene “nella manica”. Magistrale la sequenza iniziale del matrimonio di Costanza nella quale ad uno ad uno vengono presentati i protagonisti, dall’incazzoso Sonny al derelitto Fredo, il soldato Michael e la fidanzata Kay Adams, il fratello adottato Tom Hagen, avvocato e consigliere della famiglia. E poi Luca Brasi, killer tanto spietato quanto fedele a Don Vito, il cantante famoso Fontane nel quale molti vedono Frank Sinatra, Clemenza, Tessio, Don Barresi, Tattaglia e gli altri capifamiglia. Nel corso della festa nuziale Don Corleone risolve importanti questioni dimostrando accortezza, sagacia, prudenza e uso calcolato della forza come un qualsiasi assennato uomo di potere. Al becchino Bonasera che vuole vendetta per la figlia stuprata, Vito ricorda che lui ha scelto la società americana perbenista rifuggendo i contatti con la famiglia Corleone; l’impresario di pompe funebri, pur di avere vendetta, bacia la mano al padrino. Così inizia il film e poi si snoda su scene meravigliose che rievocano il mondo del secondo dopoguerra. Da antologia la sequenza nella quale Michael uccide Sollozzo e il capitano di polizia dentro il ristorante. Poi viene portato in Sicilia e qui incontra Apollonia, la sposa e la vede saltare in aria al suo posto. Rientra in America, sposa la vecchia fidanzata americana, regola i conti con i nemici della famiglia durante il battesimo del figlio di Constanzia e Rizzi (il neonato è Sophia Coppola). Mentre il prete recita la frase di rito “rinunci a Satana” e Michael risponde sì, i suoi killer uccidono Barresi e gli altri. Poi toccherà al genero subire la vendetta dei Corleone. La prima parte si chiude con Kay che chiede al marito se sia vero che è lui il mandante della morte del cognato. Memorabile la risposta negativa e la porta che si chiude davanti a Kay mentre Clemenza bacia la mano al nuovo padrino.
Un’altra porta si chiuderà in faccia all’ingenua (forse troppo) moglie americana nella seconda parte, quando cercherà di vedere i propri figli. Ma il nuovo padrino, malgrado gli sforzi compiuti per legalizzare le proprie attività, sarà sempre più solo e spietato al punto di far uccidere il fratello Fredo colpevole di averlo tradito. Il giorno del funerale della madre, Fredo viene eliminato. Forse persino Eschilo avrebbe da imparare qualcosa. Stupenda la ricostruzione di little Italy, l’apprendimento criminale del giovane Vito (Robert De Niro), la liquidazione del violento e sguaiato guappo napoletano Fanucci nel corso della processione, il colloquio divertente con Roberto, tanto iroso quanto pavido. E poi Cuba, Himan Roth, Las Vegas, il Nevada, senatori corrotti, crescenti dubbi del padrino… tutto girato con maestria e talento infiniti.
La terza parte, uscita nel 1990, è la più debole un po’ per la confusione dei temi narrativi legati al Vaticano e agli scandali finanziari, alla morte del papa e allo IOR, un po’ perché Coppola accetta di girare il film per rimediare al disastro di “Un sogno lungo un giorno”. Non mancano comunque momenti di grande cinema soprattutto nelle scene finali girate sulla scala del teatro Massimo di Palermo… morte della figlia al posto del padre a causa di un attentato. Il tutto scandito dalle note di “Cavalleria rusticana”.
Complessivamente siamo di fronte, lo ripeto, ad una pezzo di storia del cinema… forse il film più riuscito della seconda metà del secolo scorso.

J.V.