Miguel De Unamuno, Del Sentimento tragico della vita negli uomini e nei popoli. (Del sentimiento trágico de la vida en los hombres y en los pueblos)

Miguel de Unamuno, Del sentimento tragico della vita negli uomini e nei popoli. (Del sentimiento trágico de la vida en los hombres y en los pueblos)

Prima edizione Madrid, 1913. Tragico conflitto tra pensiero e vita in relazione all’immortalità. Soltanto ciò che è eterno è reale per cui l’uomo avverte l’esigenza dell’immortalità personale. Se non esiste immortalità la vita non possiede senso. Da ciò rampolla che la vita mortale è irrazionale ed è contrapposta alla razionalità che è nemica della vita dal momento che la ragione si contrappone scetticamente all’immortalità. Da qui la tragedia e l’insicurezza dell’esistenza umana. Da qui il profondo senso di angoscia. Per quanto detto l’uomo vuole un Dio garante della propria immortalità personale. Ecco il senso del Cristianesimo e della Resurrezione. Purtroppo, per De Unamuno, il Cristianesimo si è irrigidito teologicamente, non è vivo. Esistenzialismo di fatto, critica del rigido e rozzo materialismo… filosofia tragica.

“Esiste qualcosa che, in mancanza d’altro nome, chiameremo “il sentimento tragico della vita”, che porta dietro di sé tutta una concezione della vita stessa e dell’universo, tutta una filosofia più o meno formulata, più o meno cosciente. Questo sentimento possono averlo, e l’hanno, non solo uomini individuali, ma interi popoli; è un sentimento che non nasce dalle idee, ma piuttosto le genera, sebbene dopo, è chiaro, queste idee reagiscano su di esso, fortificandolo. Può nascere da una malattia accidentale, da una dispepsia, per esempio, ma può anche essere costituzionale. E non serve parlare di uomini sani e malati. A parte il fatto che non abbiamo una nozione normativa della salute, nessuno ha provato che l’uomo debba essere per natura gioioso. C’è di più: l’uomo per il fatto di essere uomo, di avere coscienza, è già, rispetto all’asino o al gambero, un animale malato. La coscienza è una malattia”.

“Che sarà di noi dopo la morte?” è il pensiero che tormenta de Unamuno, la paura di morire, di tornare nel nulla terrorizza molto più che le supposte pene dell’Inferno cristiano. La ragione nega e il cuore afferma. Uomo ontologicamente antitetico… ciò che è vitale è controrazionale, oltre ad essere antirazionale, e ciò che è razionale è antivitale. Sete di vita, ansia d’immortalità carnale, forma intima della sua anima. Dio immortalizzatore, Cattolicesimo affamato di corpo. Idea eterodossa. Cattolico sui generis, concentrato sull’uomo e teorizzatore del tragico come movente dell’azione… agisci in modo tale che tu sia per te stesso e per gli altri insostituibile, da non meritare la morte, bensì di vivere eternamente; “siate perfetti come il Padre vostro” dice il Vangelo di Matteo. Speranza nell’amore personificato di Dio. Amore che si fa carità. Se tutti nutrissimo speranza nell’immortalità saremmo migliori. Morire non è giusto. Siamo affamati di eterno. I popoli sono affamati di Giustizia e di ricerca dell’Eterno.

Un libro contro l’imbecillità affettiva, il rozzo cinismo di chi ha paura e non vuole ammetterlo.

J.V.