La guerra dei trent’anni

Parte prima. L’esplosione.

Poco dopo le 9 del mattino del 23 maggio 1618, un mercoledì, Vilém Slavata si trova sospeso nel vuoto da una finestra del castello di Hradshin, a Praga – una situazione che dopo una distinta carriera al servizio della monarchia regnante, gli Asburgo, nessuno può mettere in conto. Un aristocratico di 46 anni, è presidente del Tesoro boemo e giudice della suprema corte. Le sue fortune si sono moltiplicate grazie al matrimonio con Lucia Ottilia z Hradec (o, alla tedesca, von Neuhaus), un’ereditiera di cinque anni più anziana che gli ha portato in dote enormi possedimenti ma soprattutto l’accesso agli alti uffici di corte. Qualche minuto prima, lui e il suo altrettanto distinto collega, Jaroslav Borita von Martinitz, erano stati sopraffatti da cinque uomini armati. Martinitz era già stato buttato dalla finestra, senza che la sua richiesta di poter vedere un confessore fosse esaudita. Adesso Slavata sente un colpo, portato con l’impugnatura di una spada, sulle dita della mano che lo tiene aggrappato al braccio di uno degli assalitori. Per il dolore molla la presa e precipita nel vuoto. È subito seguito dal suo segretario, Philipp Fabricius, che aveva invano cercato pietà avvinghiandosi alla gamba di uno dei cinque.

La Defenestrazione di Praga è la causa immediata della Rivolta boema, l’inizio di quella che in realtà è stata la Prima Guerra mondiale. Tutt’Europa viene coinvolta in quello che, in senso letterale, è stato un macello: otto milioni di morti e lo sconvolgimento della mappa politica e religiosa del continente. Nel 1648, in Westfalia, si firmano i trattati di pace ma la guerra tra Francia e Spagna − le superpotenze del tempo − continua sino alla firma della pace dei Pirenei del 1659. La supremazia europea dura tre secoli e cessa con la guerra dei Trent’anni del Novecento, iniziata nel 1911 con l’attacco italiano all’impero Ottomano e chiusa nel 1945 con la fine di quella è nota come Seconda Guerra Mondiale ma altro non è che la fase finale di un unico conflitto. Una guerra civile europea simile a quella del Seicento, la storia di un continente racchiusa tra due distruzioni epocali.

Nel 1648 il centro d’Europa, il Sacro romano impero della nazione tedesca, viene polverizzato e ridotto a una miriade di staterelli e città. La potenza egemone è la Francia di Mazarino, continuatore dell’opera di Richelieu, e poi di Luigi XIV. Alsazia, Lorena e i vescovadi di Metz, Toul e Verdun allargano i confini dell’hexagone. Versailles sarà il centro del potere francese e quindi del mondo conosciuto. Nel salone degli specchi di Versailles, a distanza di quasi due secoli e mezzo, il cancelliere prussiano Otto von Bismarck si prenderà la rivincita: proprio in quel salone verrà proclamata la nascita del Reich tedesco e sarà umiliata la Francia sconfitta a Sédan. Da quel momento la contrapposizione franco-tedesca sarà il filo conduttore della politica europea lanciata verso il harakiri finale.

Ma per comprendere questa storia non si può fare a meno di risalire agli avvenimenti legati alla Guerra dei trent’anni del Seicento. Perché tutto inizia lì: gli abitanti della Francia orientale sono stati abituati a leggere ogni invasione sul metro delle devastazioni provocate da Svedesi e Croati negli anni ‘30 del Seicento; i soldati in trincea sul fronte orientale della Grande Guerra erano convinti di essere sottoposti a orrori dimenticati da tre secoli; e nella resa annunciata per radio il 4 maggio 1945, Albert Speer, architetto di Hitler e ministro degli armamenti, dirà che “la distruzione inflitta alla Germania può solo essere paragonata a quella della Guerra dei Trent’anni. Non possiamo permettere che la decimazione del nostro popolo raggiunga le proporzioni di quell’epoca.”

È una storia tragica che ha come protagonista il paese tragico per eccellenza: la Germania, o meglio ciò che nel Seicento si chiama così per convenzione. Un destino tragico: Martin Lutero è il padre spirituale del mondo tedesco; Johann Sebastian Bach ne incarna l’anima musicale, ma sarà Friedrich Nietzsche a profetizzarne l’esito. Nella storia tedesca la Guerra dei Trent’anni occupa un posto simile a quello delle guerre civili in Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti o alle rivoluzioni in Francia e Russia. Ancora dopo la metà del Novecento, l’opinione pubblica tedesca la metteva davanti alle due guerre mondiali, all’Olocausto e alla Morte Nera, la pandemia di peste che devastò l’Europa a metà Trecento. E all’inizio di questo secolo, due storici tedeschi hanno sostenuto che “mai, né prima né dopo, neppure durante gli orrori dei bombardamenti nella fase finale della Seconda guerra mondiale, il Paese è stato tanto devastato e il suo popolo ha tanto sofferto”. Per i tedeschi, la Guerra dei Trent’anni è un trauma nazionale che definisce come la Germania vede se stessa e il suo posto nel mondo: è il simbolo dell’umiliazione nazionale, l’elemento che ritarda lo sviluppo politico, economico e sociale, la causa che condanna il Paese a due secoli di divisioni interne e di impotenza internazionale.

Ai primi del Seicento il Sacro Romano Impero della nazione tedesca è assai disunito, privo di un’autentica centralità organizzativa. L’imperatore è Rodolfo II d’Asburgo, nato a Vienna il 18 luglio 1552 da Massimiliano II e da Maria di Spagna, figlia di Carlo V. I suoi genitori sono cugini − nella migliore tradizione asburgica − e ciò contribuisce ad accrescere la sua fama di eccentrico o addirittura folle (è bisnipote di Giovanna la Pazza). Dal 1563 viene educato alla severa corte del “Rey Prudente”, Filippo II. A vent’anni è incoronato re di Ungheria e a 23 re di Boemia, re dei romani e imperatore. Passa la sua vita in solitudine e con forti tendenze e passioni per le pratiche magiche e occulte, il che non gli impedisce di finanziare e proteggere i più diversi uomini di scienza, in un’epoca in cui il mondo del pressappoco si mescola al nascente universo della precisione. Persino le sue tendenze omosessuali (non si è mai sposato ma ha avuto diverse amanti) non suscitano scandalo più del dovuto: nei re, emanazioni di Dio sulla Terra, l’unione di maschio e femmina viene tollerata se non auspicata.

Nel 1583 trasferisce la corte da Vienna a Praga nel castello Hradschin, sulla collina Hradcany. Gli astronomi Tÿcho Brahe e Giovanni Keplero, vari alchimisti e maghi vengono convocati a corte dall’eccentrico sovrano. Collezionista e amante dell’arte spende intere fortune per acquistare opere di Dürer, Bruegel e di altri grandi artisti. Mentre nubi fosche si addensano sulla Boemia, lui si comporta po’ come Ludwig di Baviera, che nel momento della tempesta internazionale del 1866/70 costruisce castelli fiabeschi e dilapida il bilancio bavarese per proteggere Wagner dai creditori. Gli attacchi di “malinconia” di Rodolfo coincidono spesso con momenti drammatici nei quali viene richiesto di prendere importanti decisioni.

Nel 1609, però, Rodolfo è costretto a concedere la cosiddetta “Lettera di Maestà”, un editto approvato dalla Dieta che riconosce libertà di culto ai membri della Chiesa riformata boema (la maggioranza della popolazione) e offre ampie garanzie anche alle proprietà ecclesiastiche dei protestanti. Come si arriva alla Lettera di Maestà? Dal 1526 la Boemia è governata dai cattolicissimi Asburgo e il suo re è uno dei sette grandi elettori imperiali dal tempo della Bolla d’Oro di Carlo IV, che nel 1356 aveva stabilito la natura elettiva alla carica imperiale, mettendo fine al controllo del papato sull’Impero. Si comprende quindi l’importanza politica del controllo asburgico sulla Boemia. Esiste malcontento nei loro confronti ma mancano i presupposti per la riuscita di una rivolta. La maggioranza della popolazione è composta da contadini sempre più taglieggiati dall’aristocrazia fondiaria. Di fatto, 20mila nobili e cavalieri, su un totale di due milioni di persone, possiedono i diritti politici e mandano i loro rappresentanti alla Dieta. Contadini e borghesi non sono in grado di saldare un’alleanza programmatica che garantisca i loro interessi. Sarà il cancelliere cattolico, conte Zdeněk Vojtěch Popel z Lobkovic, a premere per la creazione di uno stato assoluto e centralizzato a scapito della nobiltà. E questa è la grande partita che si gioca nel Seicento.

Dove il progetto centralizzatore e anti-nobiliare non giunge a buon fine si registra la catastrofe: la Boemia con la guerra del 1620, la Polonia circa un secolo dopo. La posta in gioco è altissima perché coinvolge l’intero continente. Da una parte, la monarchia spagnola (anch’essi degli Asburgo) vuole riappropriarsi dell’Olanda e il suo disegno si salda con gli interessi del ramo tedesco della famiglia per realizzare l’assolutismo nell’Europa centrale. Dall’altra parte, la Francia (dopo la presa di potere di Richelieu) cerca di spezzare l’accerchiamento asburgico. In questo complicato quadro, la religione cattolica romana e il desiderio di riportare sotto la protezione di Roma (e degli Asburgo) le terre cedute ai protestanti avrebbero dovuto costituire il collante ideologico. E qui, su questo terreno, salta il banco. Richelieu, cardine della Chiesa cattolica, non esita ad allearsi con (e a usare) i paesi riformati luterani pur di evitare la realizzazione del disegno egemonico asburgico. Per trionfare, l’assolutismo francese deve frantumare il centro d’Europa, i territori tedeschi.

Tutt’Europa si aspetta che il conflitto generale, latente sin dai tempi di Enrico IV, il re francese ucciso dal pugnale nel 1610 mentre si accinge a scatenare la guerra europea, scoppi in Olanda nel 1621, cioè al termine di scadenza della tregua dei dodici anni tra Spagna e Provincie Unite. È invece la situazione boema a dare inizio alla Guerra mondiale. Nel momento del trionfo del progetto di ricattolicizzazione della Boemia da parte degli Asburgo e di controllo ideologico sui prìncipi da parte dei potentissimi gesuiti, la maggioranza protestante boema, erede di Jan Hus (il riformatore che all’inizio del Quattrocento anticipò i temi di Lutero e finì bruciato sul rogo dopo il Concilio di Costanza) ma priva del suo spirito combattivo, non va oltre la momentanea vittoria della Lettera di Maestà, alla quale i cattolici reagiscono immediatamente con inusitata veemenza.

Rodolfo e il suo successore Mathias, imperatore dal 1612, evitano ogni azione che possa degenerare in guerra aperta. Ma quando i prìncipi asburgici scelgono come erede di Mathias (malato e senza figli) l’arciduca Ferdinando di Stiria, la situazione precipita. Gli Asburgo di Spagna appoggiano Ferdinando ottenendo come merce di scambio i feudi d’Austria in Alsazia, territori cruciali sul piano logistico per consentire il passaggio delle truppe spagnole dall’Italia ai Paesi Bassi. Nonostante l’ostilità dei Boemi contro Ferdinando, educato dai gesuiti e feroce estirpatore dell’eresia nei suoi domini, il nuovo re viene comunque accettato nel 1617 col voto quasi unanime dei tre stati della Dieta. Il treno dell’indipendenza è passato così per sempre.

Intanto cresce l’importanza del partito cattolico rappresentato da sette dei dieci governatori che Mathias, ancora in vita, si era premurato di mettere al governo della Boemia. Tra loro, anche i due che si erano rifiutati di firmare la Lettera di Maestà: Slavata e von Martinitz. Un comitato di difensori a tutela dei diritti dei protestanti si riunisce a Praga il 23 maggio 1618. Il 25 i delegati invadono il palazzo reale e gettano dalla finestra i due nobili. Malgrado siano caduti da un’altezza di 14 metri, i tre scampano alla morte. I cattolici lo considerano un miracolo dovuto all’improvvisa comparsa degli angeli. Miracolo o no, è un cumulo di rifiuti ad attutire la caduta dei disgraziati.

Gli Stati della Boemia si rivoltano all’imperatore cattolico e danno vita a un governo provvisorio. Viene votata la costituzione di un esercito di 16mila uomini, affidato al comando di Jindrĭch Matjàs z Thurnu. L’esercito è di vitale importanza per la riuscita del progetto anti-asburgico, ma il governo rivoluzionario non è in grado di sostenerlo adeguatamente. Nobili e città non riescono a finanziare con regolarità le paghe dei soldati, creando malcontento e insubordinazione fra le truppe del conte z Thurnu. L’unica alternativa possibile, a quel punto, consiste nell’aizzare i contadini contro l’esercito invasore della Lega Cattolica, comandata da Johann Tserclaes, conte di Tilly. Ma i nobili sono riluttanti nel mettersi a capo di una rivolta sociale dagli esiti imprevedibili. I contadini in effetti si rivoltano, ma contro i soldati di z Thurnu, colpevoli di saccheggi e scorrerie nelle fattorie. La mancanza di ideali condivisi e di una salda direzione mina sin dalle prime battute la possibilità di vittoria dei ribelli.

La crisi boema non resta circoscritta. L’incendio divampa in tutt’Europa. Madrid invia immediatamente un esercito dalle Fiandre, attraverso la Germania, in sostegno a Ferdinando. Carlo Emanuele di Savoia, nemico degli Asburgo, mette a disposizione dei Boemi un esercito mercenario al comando di Peter Ernst von Mansfeld. Il suo nome diventa sinonimo di ferocia per i disgraziati contadini di ogni luogo. A corto di denaro, il conte Mansfeld autorizza le proprie truppe mercenarie a commettere qualsiasi nefandezza. Comunque l’esperto comandante impedisce il massacro delle reclute di z Thurnu e conquista Pilsen, la più importante città cattolica del Paese.

Nessuna delle due forze in campo ha per il momento la ragionevole possibilità di vincere. I Boemi si rivolgono a Federico V del Palatinato, il loro candidato originario al ruolo di imperatore (è il figlio del fondatore dell’Unione Evangelica, la coalizione degli Stati tedeschi nata per difendere le terre e le genti passate alla Riforma), e gli promettono il trono di Praga. Il bel principe è genero del re d’Inghilterra, Giacomo I, e nutre sincero afflato per la causa protestante. Il suo principale consigliere, Cristiano di Anhalt, è convinto che si debba bloccare il disegno asburgico di riconquista cattolica in tutt’Europa. È lui a convincere Federico ad accettare la pericolosa candidatura a re di Boemia. L’ambizione personale di Federico e la moglie Elisabetta contribuiscono alla discesa verso la tragedia. Il caso boemo viene citato da Anhalt come esempio chiarissimo della volontà asburgica. Inoltre si conta sulla Francia e sull’Olanda, sull’unione protestante e sull’Inghilterra per far fronte comune contro la saldatura asburgica.

Non va così. La morte di Mathias, il 20 marzo 1619, accelera la crisi. Ferdinando di Stiria, forte delle sue profonde convinzioni religiose, radicate dall’educazione gesuitica, sicuro del suo titolo di legittimo re di Boemia, non ha dubbi sulla sua elezione imperiale e sulla missione storica di salvatore della fede cattolica, da riportare subito nei territori infettati dall’eresia evangelica. La sua incrollabile fiducia viene scossa dall’alleanza tra Slesia, Boemia, Moravia, Lusazia e Alta Austria, che gli si rivoltano contro. Vienna è assediata dal principe z Thurnu. Ferdinando viene tratto in salvo dalla cavalleria del fratello Leopoldo. La notizia che le forze cattoliche presenti in Boemia costituiscono una seria minaccia costringono z Thurnu a ritirarsi. Intanto Ferdinando incassa la vittoria asburgica contro Mansfeld a Sablat, il 10 giugno, e il 28 agosto viene eletto imperatore dall’assemblea dei grandi elettori riunita a Francoforte. Due giorni prima i boemi lo hanno deposto dal trono di Praga.

Federico è assai preoccupato. I suoi migliori consiglieri lo ammoniscono di non farsi risucchiare dal vortice boemo, ritenendola un’avventura al di sopra delle forze del Palatinato. In ogni caso occorre attendere risposta positiva dal re d’Inghilterra e dagli Olandesi. Ma il tempo a disposizione è scarso. Federico dichiara che “in nome di Dio” avrebbe accettato la corona di Boemia. Decisione incauta. Senza aiuti è votato alla sconfitta, e gli aiuti non arrivano. Inoltre espone lo stesso palatinato alla mercé del duca di Baviera. Con la sua scelta scellerata trasforma la crisi boema in crisi tedesca e quindi in crisi internazionale. Come sempre, le migliori intenzioni lastricano le vie dell’inferno.

Il 31 ottobre 1619 Federico e la bella e colta Elisabetta entrano trionfalmente a Praga. Incipit tragoedia. Gli Stati dell’Unione Evangelica rifiutano di occuparsi della Boemia, l’elettore di Sassonia si sfila intimorito dall’enorme posta in gioco. Giacomo I, scandalizzato dalla ribellione ed impegnato in trattative con Madrid per un possibile matrimonio tra l’infanta e il figlio Carlo, mette da parte l’amore paterno per Elisabetta e dice di voler perseguire a tutti i costi la pace. A ulteriore garanzia, non riconosce la corona del genero. Olanda e potenze scandinave hanno da risolvere problemi più urgenti. Persino il duca di Savoia, offeso per le sue aspettative imperiali deluse, ritira l’appoggio a Mansfeld. In Francia Richelieu, convinto assertore della linea anti-asburgica, non è ancora abbastanza forte e i ministri di Luigi XIII non ritengono necessario appoggiare un re ribelle.

In controcanto, con l’isolamento di Federico cresce il dispositivo di sicurezza asburgico a favore di Ferdinando. Il duca Massimiliano di Baviera, capo della Lega cattolica e, soprattutto, dell’unico esercito tedesco, stringe alleanza con l’imperatore ottenendo pieni poteri militari per stroncare la rivolta boema, rivendicare il possesso delle terre conquistate e fare proprio il titolo elettorale di Federico. Giovanni Giorgio di Sassonia, luterano, a sua volta aborre l’idea che un principe calvinista salga sul trono boemo. Come pegno dell’alleanza imperiale ha in garanzia da Ferdinando la salvaguardia del luteranesimo in Boemia e l’annessione della provincia di Lusazia.

Approfittando del fatto che l’attenzione internazionale è tutta concentrata su Praga, gli arciduchi spagnoli Alberto e Isabella progettano la riconquista dell’Olanda grazie al migliore dei generali del tempo: Ambrogio Spinola. Astuto e intelligente, egli sa che il Palatinato, unica striscia di territorio che può impedire il passaggio delle truppe spagnole dai domini dell’Italia settentrionale verso l’Olanda, è ormai fuorigioco. Lo sguardo di tutta Europa è rivolto alla Boemia e lui può muovere gli eserciti attraversando i territori abbandonati da un ambizioso quanto irresponsabile principe, Federico. Appena il conte di Gondomar, ambasciatore spagnolo a Londra e ascoltato consigliere di Giacomo, assicura la neutralità del re d’Inghilterra, Spinola attacca e ai primi di settembre del 1621 attraversa il Reno.

Intanto volge al tramonto l’avventura di Federico. Nel luglio 1620 l’esercito mercenario della Lega cattolica e il suo comandante conte di Tilly, attraversa il confine austriaco e annienta la resistenza degli Stati anti-asburgici. Congiuntosi con un corpo d’armata imperiale, entra in Boemia mentre l’elettore di Sassonia invade la Lusazia. Praga è in pericolo, le campagne vengono devastate. Mansfeld è costretto a restare a Pilsen. All’alba dell’8 novembre, Cristiano di Anhalt al comando di 16mila uomini si attesta su una collina che domina la città: la Montagna Bianca. Ha dalla sua la posizione. Non basta. Le sue truppe, malpagate e inesperte, vengono messe in rotta dagli imperiali. I sopravvissuti si vedono chiudere in faccia le porte della città dai Praghesi, terrorizzati e sfiduciati.

I sovrani riparano nel Brandeburgo. Federico non avrebbe più rivisto né Praga né la capitale del Palatinato, Heidelberg. I gesuiti lo chiamano “re di un inverno”. La capitale boema viene saccheggiata per volontà dei generali vincitori. Il 21 giugno 1621, 27 capi della rivolta sono giustiziati. Cristiano di Anhalt fugge in Svezia e firma poi la pace con Ferdinando. Il conte z Thurnu va in esilio ma ha salva la vita grazie alle lacrime della moglie davanti alla contessa Slavata (quante cose cambiano in due anni: la stessa scena a ruoli invertiti si era vista dopo la Defenestrazione). Metà delle terre del regno cambiano padrone e una nuova nobiltà tedesca e spagnola inizia a taglieggiare i contadini, le vittime indifese di questa tragedia. Il vero vincitore è il conte z Lobkovic: riusce a instaurare la monarchia ereditaria e distrugge ogni velleità di indipendenza nobiliare. La lettera di Maestà viene ritirata e i gesuiti tornano a Praga. Il protestantesimo è definitivamente sradicato dalla Boemia, dall’Austria e dalle altre regioni rivoltose. Solo la Lusazia, nelle mani dell’elettore di Sassonia, si salva e resta luterana.

A Boemia riconquistata e col Palatinato, arteria vitale, in mano a Spinola, si può sperare nella fine della guerra. Le ambizioni e gli errori dei grandi protagonisti impediscono però la pace. Federico rifiuta di sottomettersi. Maurizio di Nassau usa Federico per difendersi dall’assalto spagnolo. Per rientrare in possesso dell’alta Austria, tenuta in pegno da Massimiliano di Baviera, Ferdinando è disposto a cedere il Palatinato al duca con annesso titolo di grande elettore, violando così la più importante legge costituzionale dell’impero, la Bolla d’Oro, pur vecchia di quasi tre secoli. L’imperatore vuole continuare la guerra per estendere il suo potere. Il nuovo re di Spagna Filippo IV, salito al trono dopo la morte di Filippo III nel 1621 e del tutto succube del suo consigliere conte-duca di Olivares, persegue la politica di repressione dell’eresia e di potenziamento asburgico. Il conte Mansfeld, il margravio Giorgio Federico di Baden-Durlach, il principe Cristiano di Brunswick continuano a combattere contro gli odiati cattolici. Quest’ultimo si atteggia a cavaliere errante, porta nel cappello il guanto della cugina Elisabetta di Boemia, alla quale dichiara un amore cavalleresco, e giura di riconquistare per lei il Palatinato. Il suo spirito esaltato e le sue temerarie cariche gli valgono il soprannome di “matto di Halberstadt”, luogo del quale era stato investito quale amministratore, cinque anni prima, dall’influenza del potente fratello, il duca di Brunswick.

Se i tre eserciti si riunissero, potrebbero minacciare Tilly. Non è così: Giorgio Federico viene sconfitto dal conte a Wimpfen, il 6 maggio 1622; Cristiano, dopo aver saccheggiato vescovadi e villaggi, è fermato a Hochst am Main il 20 giugno. Riesce però a ricongiungersi con Mansfeld. Malgrado le promesse solenni, i due rinunciano alla difesa del Palatinato e portano invece aiuto a Maurizio di Nassau, ben contento di vederli arrivare per contribuire, nell’ottobre 1622, alla difesa della strategica piazzaforte di Berg op Zoom assediata da Spinola. Heildelberg è caduta un mese prima. All’inizio del 1623 è la volta Frankental, ultima difesa del Palatinato. Per massimo spregio verso Federico, il nuovo padrone, Massimiliano di Baviera, invia la preziosa biblioteca di Heildeberg in Vaticano, dove si trova tuttora, e finalmente, il 25 febbraio 1623, viene investito della dignità di elettore del Sacro romano impero.

Di nuovo, a questo punto, si può sperare nella pace. Non andrà così: l’incendio si propagherà verso nord e, soprattutto, cambierà il vento in Francia. Un nuovo protagonista sta per arrivare al potere: Armand Duplessis duca di Richeleu, cardinale e convinto sostenitore della linea anti-spagnola. La guerra continua.

J.V.

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